Atti della Conferenza stampa sugli articoli pubblicati da Sicurezza e Giustizia tenutasi il 5 Maggio 2026 presso il Senato della Repubblica, Sala “Caduti di Nassirya”, Palazzo Madama.


Video completo della conferenza stampa
Gen. Michele Lippiello
Negli ultimi anni, l’informazione ha assunto una centralità sempre più evidente: non è più solo un mezzo per trasmettere notizie ma si configura anche come strumento strategico indispensabile per garantire sicurezza, efficienza e trasparenza.
La comunicazione, soprattutto come approcciata dalla rivista, è un ponte che collega mondi diversi con le rispettive competenze: Forze di Polizia e Forze Armate (esperienza tecnico-operativa), Università (ricerche, modelli e analisi) e Professionisti civili (strumenti e procedure).
Le competenze comunicative sono diventate parte integrante della professionalità: saper spiegare notizie complesse, ascoltare attivamente, utilizzare correttamente strumenti e terminologie tecniche, adeguare il linguaggio al contesto e all’interlocutore.
Il futuro della comunicazione professionale dipenderà dalla capacità di mettere insieme competenze umane, tecnologia e cooperazione istituzionale.
Composizione dei tre Comitati della Rivista “Sicurezza e Giustizia”: Scientifico, Editoriale e Tecnico.
Elementi caratterizzanti di “Sicurezza e Giustizia” rapportata alle riviste più “classiche”:
- la rivista, la cui mission è offrire una nuova tipologia di editoria, si distanzia dall’impostazione a cui tutti siamo abituati, presentando contenuti più concisi: l’affrontare tematiche in modo sintetico non corrisponde a una carenza scientifica; qualità e attendibilità dei contenuti e l’importanza di saper discernere tra l’informazione veritiera e la disinformazione;
- rivolta a una moltitudine di professionalità e collaborazione tra autori proveniente da diversi ambiti professionali: personale direttivo e dirigente di tutte le Forze Armate e di Polizia, studenti universitari, Procure della Repubblica, Organi Istituzionali, magistrati, avvocati e Aziende Private;
- “Sicurezza e Giustizia” nasce come rivista tecnico-informatica focalizzata sui temi delle intercettazioni telefoniche e informatiche, ma con il tempo ha posto attenzione anche su altre tematiche: diritto penale, procedura penale, metaverso, Intelligenza Artificiale, Spazio, Ambiente e ambito psicologico.
In una prospettiva di diffusione e confronto culturale sono state firmate Convenzioni per la collaborazione e per le pubblicazioni di lavori di studio universitari nonché di tesi di laurea con dignità di stampa con l’Università LUMSA di Roma, sia con il Dipartimento di Giurisprudenza e sia di Psicologia; con il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Vanvitelli a Santa Maria Capua a Vetere (CE) in Scienze dei Servizi Giuridici e in Diritto della Sicurezza e dell’Innovazione tecnologica e con il Master di II livello “La gestione dei beni confiscati per amministratori giudiziari” presso l’Università Unitelma – Sapienza.
Nell’evento odierno, saranno trattate alcune tematiche contenute nell’ultimo numero della rivista volte alla sensibilizzazione di argomenti di grande attualità quali:
- rapporto tra cybersecurity, privacy e uso dell’Intelligenza Artificiale in relazione ai minori e ai giovani adulti, svolta dalla Professoressa e Avvocato canonista Michela Cinquilli e dalla scienziata Mirella Mastretti, esperta di Intelligenza Artificiale.
Il contributo evidenzia come la consapevolezza digitale costituisca non solo un obiettivo educativo, ma risulta fondamentale per la prevenzione dei reati, la tutela dei diritti e rafforzamento della sicurezza collettiva. In tale prospettiva, la scuola e i percorsi di educazione civica digitale assumono un ruolo centrale nel collegare tecnologia, legalità e giustizia.
- Infibulazione “Praticata per motivi culturali e tradizionali che comporta gravissimi rischi fisici e psicologici permanenti ed è una violazione dei diritti umani”.
In particolare, l’articolo redatto da me, per gli aspetti giuridici, dal Professore Alessandro Amadori, sotto l’aspetto criminologo e dalla dottoressa Rebecca Viscomi sotto quello psicologico delle vittime si rifà alla cosiddetta modalità (c.d. “a quattro mani”) nell’attuare il concetto di unire diverse professionalità e competenze per la disamina di un unico argomento.
Tale forma estrema di mutilazione genitale femminile è causa di gravi conseguenze fisiche e psicologiche da contrastare con un approccio integrato che unisca repressione penale, supporto medico e psicologico a dialogo interculturale, al fine di tutelare i diritti delle donne per eliminare tali abusi.
Michela Cinquilli – Avvocato canonista
Intervento – Giovani, digitale e sicurezza: il ruolo della consapevolezza
La trasformazione digitale ha profondamente cambiato il nostro modo di vivere, comunicare e apprendere. Oggi il confine tra online e offline è sempre più sfumato: il digitale non è più solo uno strumento, ma un ambiente di vita nel quale si costruiscono relazioni, identità e opportunità. Per le nuove generazioni, questo ambiente rappresenta la normalità. Tuttavia, la familiarità con le tecnologie non coincide automaticamente con una reale consapevolezza dei rischi e delle implicazioni connesse al loro utilizzo.
È proprio in questo gap tra uso e comprensione che si colloca una delle principali vulnerabilità dei giovani nello spazio digitale. Ogni interazione online contribuisce alla costruzione di un’identità digitale: dati personali, immagini, preferenze e comportamenti vengono raccolti, elaborati e spesso utilizzati per finalità che non sono immediatamente visibili agli utenti. In questo contesto, la privacy non può essere ridotta a una semplice questione di riservatezza, ma deve essere intesa come tutela dell’identità personale e della libertà individuale.
Il quadro normativo europeo riconosce diritti fondamentali, come l’accesso ai dati, la loro rettifica e cancellazione. Tuttavia, questi strumenti risultano efficaci solo se accompagnati da una reale capacità di comprenderli e di esercitarli.
Accanto alla privacy, emerge con forza il tema della sicurezza informatica.
I giovani sono tra gli utenti più esposti a fenomeni come phishing, furti di identità digitale e accessi non autorizzati agli account. Queste minacce non sono occasionali, ma fanno parte di un ecosistema criminale sempre più organizzato, che sfrutta non solo vulnerabilità tecniche, ma soprattutto comportamentali. Le tecniche di ingegneria sociale, ad esempio, si basano sulla manipolazione della fiducia e sulla rapidità delle interazioni digitali. Messaggi apparentemente legittimi possono indurre azioni impulsive, come la condivisione di credenziali o il download di contenuti dannosi. In questo scenario, la cybersecurity non può essere intesa esclusivamente come un insieme di strumenti tecnici. Essa richiede un approccio integrato, che coinvolga competenze, comportamenti e capacità critica.
Per questo motivo, la formazione assume un ruolo decisivo. Educare alla sicurezza informatica significa agire in chiave preventiva, riducendo l’esposizione ai rischi prima che si traducano in danni concreti. A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento di complessità: la diffusione dell’Intelligenza Artificiale, che approfondirà Mirella Mastretti. Strumenti come chatbot e generatori di contenuti sono sempre più utilizzati anche dai giovani, sia in ambito educativo che nella vita quotidiana. Queste tecnologie offrono opportunità significative, ma introducono anche nuovi rischi.
L’Intelligenza Artificiale non è neutrale: può contenere errori, bias e distorsioni. Inoltre, la capacità di generare contenuti realistici rende sempre più difficile distinguere tra informazione autentica e contenuti manipolati.
Di fronte a queste sfide, emerge con chiarezza il ruolo centrale dell’educazione. La scuola rappresenta il contesto privilegiato per sviluppare una cittadinanza digitale consapevole. Integrare nei percorsi formativi temi come la privacy, la cybersecurity e l’uso responsabile dell’Intelligenza Artificiale significa rafforzare il legame tra tecnologia, legalità e responsabilità. L’educazione civica digitale consente di comprendere che lo spazio online è regolato da diritti e doveri, e che ogni comportamento digitale ha conseguenze reali.
In conclusione, la consapevolezza digitale dei giovani rappresenta una componente essenziale della sicurezza collettiva.
La sfida non consiste nel limitare l’accesso alle tecnologie, ma nel garantire che il loro utilizzo sia accompagnato da senso critico, responsabilità e conoscenza. Formare cittadini digitali consapevoli significa tutelare i diritti, prevenire i rischi e contribuire alla costruzione di uno spazio digitale più sicuro e giusto.
Mirella Mastretti – Scienziata AI
Nel mondo attuale è necessario affiancare allo sviluppo tecnologico una riflessione sulla consapevolezza, sull’uso responsabile e sull’impatto etico.
L’Intelligenza Artificiale rappresenta una delle innovazioni più promettenti del nostro tempo. Le sue applicazioni stanno già trasformando ambiti fondamentali come la medicina, la ricerca scientifica, l’educazione, l’industria e la sicurezza.
Non si tratta quindi di ostacolare il progresso tecnologico, ma di accompagnarlo con consapevolezza e responsabilità.
Proprio perché l’Intelligenza Artificiale è una tecnologia così potente, stiamo entrando in una fase nuova, in cui la tecnologia non si limita più ad analizzare o supportare la realtà, ma è in grado anche di simularla.
Oggi possiamo creare immagini, video e voci indistinguibili da quelli autentici. Possiamo generare veri e propri simulacri: rappresentazioni che appaiono reali, ma che reali non sono. Questo introduce una trasformazione profonda nel nostro rapporto con la realtà.
Il confine tra ciò che è vero e ciò che è verosimile diventa sempre più sottile. Possiamo credere a contenuti falsi, ma anche arrivare a dubitare di ciò che è reale. Le conseguenze non riguardano soltanto l’informazione, ma anche la fiducia, la responsabilità e la nostra capacità di interpretare il mondo.
In questo contesto si inseriscono fenomeni sempre più diffusi: truffe basate sull’ingegneria sociale, contenuti manipolati e deepfake estremamente realistici.
Oggi gli attacchi non colpiscono più soltanto i sistemi, ma soprattutto le persone, facendo leva sulle emozioni, sulla fiducia e sull’urgenza.
I giovani rappresentano una fascia particolarmente esposta. Sono abituati a utilizzare strumenti digitali con grande facilità, ma spesso senza comprenderne pienamente architetture, algoritmi e rischi. Il problema non è saper usare la tecnologia, ma comprenderla. Senza consapevolezza, si diventa vulnerabili.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: l’abitudine crescente a utilizzare soluzioni pronte all’uso per ogni problema. Se da un lato questo aumenta l’efficienza, dall’altro rischia di ridurre lo sviluppo del pensiero critico e di favorire una delega implicita del giudizio a sistemi opachi, vere e proprie “black box” non pienamente comprensibili. Il rischio, quindi, non è soltanto tecnologico, ma anche cognitivo.
Non è la prima volta che l’umanità si confronta con tecnologie di grande impatto. Il parallelismo con la fisica nucleare è significativo: una scoperta straordinaria, che ha aperto possibilità immense, ma che ha richiesto regole, vincoli ed equilibri per essere governata. Anche oggi il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene utilizzata.
Per questo è necessario un approccio multilivello.
Da un lato, strumenti di regolazione e governance, come l’AI Act, rappresentano un passaggio fondamentale. Tuttavia, le norme da sole non sono sufficienti: la tecnologia evolve più rapidamente delle regole, e le regole funzionano solo se vengono comprese.
Dall’altro lato, è essenziale investire nella formazione continua e indipendente dei docenti. Non solo sull’utilizzo degli strumenti, ma sulla consapevolezza, sulla capacità di difesa e su un approccio responsabile ed etico alla tecnologia.
Se stiamo vivendo un cambiamento epocale di paradigma, è evidente che non basta aggiornare le competenze o i libri di testo. Occorre affiancare alla didattica percorsi formativi continui e indipendenti, in grado di accompagnare l’evoluzione delle tecnologie ed elaborare le strategie di difesa per i sistemi che possono sfruttarle in modo malevolo.
La vera sfida è insegnare agli insegnanti cosa trasmettere ai ragazzi per aiutarli a riconoscere questi fenomeni e a difendersi, senza rinunciare alle opportunità che la tecnologia può offrire.
Accanto alla regolazione e alla formazione, esiste infine un terzo livello fondamentale: l’etica. L’innovazione tecnologica deve essere orientata al bene comune e alla tutela delle persone. Non si tratta di rallentare il progresso, ma di guidarlo con responsabilità.
La sicurezza digitale non nasce dagli strumenti, ma dalla consapevolezza.
Per questo la priorità è chiara: investire nella preparazione degli insegnanti significa costruire una società più consapevole e capace di governare la tecnologia.
Alessandro Amadori – Direttore Scientifico Yoodata e Consigliere MIM
Infibulazione: un problema dalle origini antiche
La pratica dell’infibulazione, fenomeno poco conosciuto ma rivelatorio di come, nell’essere umano e in particolare nel suo genere maschile, vi sia una tendenza a controllare la vita altrui.
L’infibulazione non è soltanto una pratica medica brutale: è un dispositivo culturale antico, nato molto prima delle religioni che oggi vengono spesso chiamate in causa per giustificarlo. Le sue radici affondano nel Corno d’Africa e nell’Egitto faraonico, dove già nel II millennio a.C. compaiono riferimenti a forme di “circoncisione femminile” in papiri medici e in alcune rappresentazioni rituali. In quelle società, il corpo femminile era considerato un territorio da controllare, un luogo da disciplinare per garantire purezza, obbedienza e appartenenza. La logica era semplice e crudele: limitare il piacere significava limitare il rischio di “devianza”, e quindi proteggere l’onore familiare e la stabilità del gruppo (Fusaschi, 2003).
Nel tempo, questa logica si è trasformata in norma sociale: una donna “integra” era una donna “chiusa”, e una famiglia rispettabile era quella che poteva garantire la verginità delle figlie. Così la mutilazione è diventata al tempo stesso un rito di passaggio, un marchio identitario e una condizione per il matrimonio e per il riconoscimento comunitario. In molte comunità pastorali dell’Africa orientale, l’infibulazione segnava il passaggio dall’infanzia all’età adulta, con cerimonie collettive che rafforzavano il senso di appartenenza. In altre, era un requisito economico: una figlia non infibulata riduceva il valore della dote o comprometteva alleanze familiari.
Oggi, secondo UNICEF, 230 milioni di donne nel mondo vivono con una mutilazione genitale femminile (MGF), un aumento del 15% rispetto a otto anni fa. L’infibulazione – la forma più invasiva di MGF, classificata come Tipo III dall’OMS – è diffusa soprattutto in Somalia (98%), Guinea (97%), Sudan (88%), Eritrea (89%), Egitto (91%). Ricordo che le percentuali riportate fra parentesi indicano la quota di donne e ragazze, nella popolazione femminile fra i 15 e i 49 anni del Paese, che hanno subito una forma di mutilazione genitale femminile. Anche se le nuove generazioni praticano meno la MGF, la prevalenza (ossia la presenza statistica di questa condizione, nella popolazione) rimane alta per decenni, perché le donne adulte che l’hanno subita restano numericamente molte e la fascia 15–49 anni include donne nate 30–40 anni fa, quando la pratica era quasi universale. È lo stesso motivo per cui, in epidemiologia, una malattia cronica può avere alta prevalenza (diffusione complessiva) anche se l’incidenza (i nuovi casi) sta diminuendo. La maggior parte delle procedure avviene su bambine tra i 5 e i 14 anni, spesso senza anestesia e in condizioni igieniche precarie.
La globalizzazione delle migrazioni ha portato queste tradizioni anche in Europa. In Italia si stima che circa 89.000 donne abbiano subito una MGF, quasi tutte prima dell’arrivo nel nostro Paese. Non è un fenomeno “nostro”, ma è un fenomeno che oggi vive anche qui, nelle pieghe delle comunità diasporiche, nelle storie di madri che ripetono ciò che hanno subito, nelle paure di bambine che rischiano di essere portate all’estero durante le cosiddette “vacanze a rischio”. Secondo l’OMS, il costo globale delle complicanze sanitarie legate alle MGF supera 1,4 miliardi di dollari l’anno, un indicatore della portata epidemiologica del problema.
Le conseguenze di questa pratica sono profonde e durature, e coinvolgono la persona nella sua totalità biopsicosociale: dolore cronico, infezioni, difficoltà sessuali, complicanze ostetriche, aumento del rischio di mortalità neonatale, traumi psicologici che si riattivano a ogni visita medica, a ogni rapporto, a ogni parto. Il trauma lasciato dalla MGF non è solo una memoria del corpo, è anche una ferita che continua a pulsare nella vita quotidiana, riemergendo nei momenti più intimi e vulnerabili. Molte donne raccontano di come un semplice controllo medico possa trasformarsi in un ritorno improvviso all’infanzia, quando il dolore era imposto e inevitabile. In questo senso, il rischio di PTSD (ossia di disturbo post-traumatico da stress) diventa parte di una storia più ampia, fatta di silenzi familiari e di norme sociali che hanno giustificato l’ingiustificabile. Eppure, proprio nel riconoscere questo trauma, molte trovano la forza di ricominciare a parlare, a chiedere aiuto, a riscrivere il proprio rapporto con il corpo. È in quel gesto di voce ritrovata che inizia la guarigione, lenta ma possibile (Dirie, 2008). In ogni caso, la ferita più grande è simbolica: è l’idea che il corpo femminile debba venire modificato per essere accettato, che la sessualità debba essere controllata e che il desiderio sia un pericolo da neutralizzare (Pasquinelli, 2007).
Per affrontare davvero il problema non basta la legge – pur necessaria – che in Italia punisce le MGF dal 2006. Serve un lavoro lento e paziente, sul piano socioculturale. Significa dialogare con le comunità, coinvolgere le donne che hanno già rotto il silenzio, formare mediatori e operatori sanitari, costruire alleanze con leader religiosi che oggi, sempre più spesso, dichiarano che la mutilazione non ha alcun fondamento teologico. Significa soprattutto offrire alternative simboliche, nuovi riti di passaggio che permettano di dire “sei parte di noi” senza violare il corpo.
Eliminare l’infibulazione non è solo una battaglia per la salute: è anche e soprattutto una battaglia per la libertà culturale delle donne, per il diritto a un corpo integro, per la possibilità di riscrivere tradizioni che non proteggono più nessuno. È un lavoro che riguarda tutti, perché ogni cultura – anche la nostra – ha avuto o ha ancora i suoi modi di controllare la femminilità. E riconoscerlo è il primo passo per cambiare davvero.
Perché, in un ambito delicato e importante come questo, l’evoluzione comincia quando uomini e donne (soprattutto uomini) smettono di temersi e tornano a riconoscersi come custodi della stessa luce. Nessuna tradizione è più sacra dell’integrità di un corpo, nessun passato più forte della dignità e del rispetto che possiamo scegliere oggi.
Viscomi Rebecca
Mutilazioni Genitali Femminili – impatto psicologico
La tematica odierna concerne un serio allarme sociale che lede i diritti umani di moltissime donne nel mondo.
I dati a nostra disposizione sono inequivocabili, le mutilazioni genitali femminili sono una pratica atroce che si sta diffondendo massivamente anche sul nostro continente. Al 2025, si stima che il numero complessivo delle vittime abbia raggiunto quota 640.000, e purtroppo, il nostro paese detiene un triste primato al riguardo, con circa 90.000 casi, senza considerare l’ampio e sommerso “numero oscuro”.
Siamo anche di fronte a condotte lesive dei diritti e della tutela dei minori. La maggior parte delle vittime ha meno di 15 anni, talvolta si tratta addirittura di bambine tra i 5 e i 12 anni, una fase dello sviluppo estremamente delicata, in cui le figure di attaccamento dovrebbero garantire protezione e che, invece, si configurano come i principali carnefici, costringendole a una brutalità ingiustificabile, a cui non possono in alcun modo sottrarsi.
L’infibulazione e le altre tipologie di mutilazioni genitali femminili sono atti estremi di diseguaglianza di genere e tentativi di controllo sulla donna, e sulla sua intera sfera identitaria. Si tratta di un vero e proprio processo di disumanizzazione, che riduce il corpo femminile a un oggetto da commercializzare e circoscrivere.
Vi è pertanto la necessità di un approccio multidisciplinare e transculturale, oltre che di formazione urgente e specialistica degli operatori sanitari, affinché siano in grado di riconoscere tempestivamente e trattare con la dovuta sensibilità la complessità del fenomeno.
Le evidenze scientifiche sono drammatiche: se le conseguenze mediche possono esitare persino nel decesso, l’impatto psichico non è meno devastante. Studi clinici evidenziano ripercussioni a breve e lungo termine, tra cui l’insorgenza del disturbo da stress post-traumatico, gravi sintomi ansiosi e depressivi, solo per citarne alcuni.
Le vittime sono accomunate da una grave ferita identitaria e da un trauma complesso (C-PTSD).
Per questo, al percorso medico ne va necessariamente integrato uno di tipo psicologico che permetta a queste donne di riappropriarsi della libertà di cui sono state private, attraverso un trattamento che sia al contempo personalizzato e privo di ogni forma di stigmatizzazione, che offra uno spazio sicuro per elaborare i bisogni psicologi e sociali più urgenti.
A tal fine, sono stati esaminati vari approcci terapeutici all’avanguardia, come l’EMDR, il role-playing e lo psicodramma. Queste tecniche permettono di lavorare su vissuti traumatici e sulla percezione somatica, consentendo alle vittime di riscoprire e valorizzare le proprie risorse interiori.
La speranza è che diventi un tema di fronte cui non si taccia più, e per il quale le istituzioni possano disporre di tutti gli strumenti necessari, per garantire a queste donne il diritto di una vita degna di essere vissuta.





