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Intelligenza Artificiale, robotica, reti neurali ed il dominio marittimo nel XXI secolo

di Gino Lanzara

L’articolo esamina l’evoluzione dell’intelligenza artificiale dalle origini all’attuale sviluppo dei modelli generativi, analizzando il ruolo delle nuove tecnologie — come calcolo quantistico e reti 6G — con focus sull’impatto geopolitico dell’IA, sempre più centrale nelle strategie belliche e di potere globali e nelle trasformazioni militari.


 

Nel 1955, mentre in Italia si passavano serate appassionate con Lascia o Raddoppia (ora con altri programmi) e John Nash insegnava al MIT per dedicarsi alle equazioni differenziali alle derivate parziali, John McCarthy, allora professore alla Stanford University, definiva l’IA come “la scienza e l’ingegneria per realizzare macchine intelligenti”. Da quel momento l’IA si è trasformata grazie ad una serie di archetipi intellettuali quali l’apprendimento profondo, ispirato a come si presume che il cervello umano impari. L’IA avanza celermente, con modelli generativi che suscitano interventi sulle possibilità di migliorare produttività e crescita economica o sul quanto mai concreto impatto su mercato del lavoro e processi aziendali, ma lasciando insuperato il limite di prevedere la risposta corretta poiché utilizza un modello linguistico reperito sul web, dunque privo della certezza della comprensione effettiva dei concetti e potenzialmente foriero di bias cognitivi.

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L’IA ha portato con sé un bagaglio di possibili approfondimenti tecnologici che, stando a Jensen Huang, CEO di Nvidia, richiederanno non meno di 20 anni prima di poter contare su un computer quantistico utile, computer che di fatto è un esperimento di fisica in grado di risolvere un problema che non procede a calcoli manipolando bit in un processore deterministico, ma emula un sistema fisico le cui leggi naturali risolvono il problema. Non preoccupatevi: se è vero che se cercate un computer da Candy Crush questa macchina non fa per voi, è altrettanto vero che la manodopera quantistica è di difficile reperimento, anche per amministrazione e accademia statunitensi.

Secondo Thomas C. Schelling, malgrado vi sia “la tendenza nella nostra pianificazione a confondere l’insolito con l’improbabile… l’eventualità che non abbiamo considerato seriamente appare strana; ciò che appare strano viene ritenuto improbabile; ciò che è improbabile non viene ritenuto degno di seria considerazione”, l’innovazione tecnologica rimane uno dei propulsori del cambiamento geopolitico.

Ecco che l’AGI (Intelligenza Artificiale Generale) si configura come la tecnologia trasformativa capace di oltrepassare le previsioni inerenti a produttività e progresso, per approdare sia alla sfera militare ed avanzare sugli armamenti autonomi; sia alla deterrenza nucleare ed alla trasformazione della teoria dei giochi; sia alle minacce biologiche per volgersi verso una superintelligenza capace di automatizzare tutti i compiti umani entro il 2047 ricordando tuttavia come l’applicazione responsabile dell’IA in un contesto nucleare conservi intatta la necessità di un controllo umano nei processi decisionali.

La battaglia per il dominio tecnologico si combatterà tra i data center ed i piani orbitali, visto che con la commercializzazione delle reti 6G la ricerca sta riconfigurando il concetto di connettività, trasformando i satelliti da ripetitori passivi a nodi di calcolo intelligente, più di un’ipotesi avvalorata dalla proposta avanzata da ricercatori dell’Università di Hong Kong e pubblicata su Engineering e che propone un cambio di paradigma che introduce la Fluid AI; ormai non si tratta più solo di una trasmissione dati iperveloce, ma della creazione di una rete integrata SGIN, dove l’intelligenza scorre come acqua adattandosi liquidamente a un’infrastruttura in evoluzione che si baserà sulle costellazioni di satelliti a bassa latenza LEO di Space X, aprendo scenari inediti anche in ambito economico e fondendo rete fisica e intelligenza computazionale capaci di annullare gli impedimenti geografici.

In termini di investimenti, stando a Larry Fink, CEO di Black Rock, l’IA non è, o non lo è ancora, una bolla speculativa da correlare ad un crollo tecnologico, anzi, richiederà impegni finanziari infrastrutturali su asset reali, verificando da un lato un’effettiva capacità generatrice di capitale umano di alta qualità, e dall’altro una svolta nella forza lavoro globale automatizzando non meno di 600 milioni di posti di impiego. Nel contesto più generale, si innescano diversi attriti, tra accrescimento del capitale umano e strategia politica, tra infrastrutture ed innovazione ovvero tra la realizzazione di simbiosi algoritmiche e la realizzazione di hardware più efficienti; il tutto puntando su qualità ed integrazione dei battle-tested data grazie ad una IA performante.

Geopoliticamente è cominciata la corsa tecnologica più appassionante dai tempi del nucleare, con gli algoritmi divenuti armi, con la trasformazione della natura stessa del potere, laddove statualizzato ed altrove affidato a dinamismi che privilegiano il rapporto con stakeholder privati e università. Comparando i periodi storici, quel che rileva è il confronto tra la preminenza attuale dell’IA sull’allora Progetto Manhattan, per giungere alla Genesis Mission americana che, dopo il Programma Apollo e la conquista della luna, ora costruisce un modello di IA che impari e incorpori dataset federali. Lo sconvolgimento geopolitico potrebbe amplificarsi per uno sviluppo troppo celere che non conceda alla comunità globale tempi adeguati all’adattamento e per il quale sia necessario tenere conto del grado di centralizzazione nello sviluppo dell’IA e del conseguente spostamento del potere geopolitico.
In termini bellici, al netto dei programmi per l’ipotizzata Golden Fleet statunitense con le sue battleships, i progressi nell’IA e nella componente UAV stanno preparando il campo per trasformare ogni nave in una sorta di Morte Nera in grado di consentire un maggiore dispiegamento con nuove e maggiori capacità ottimizzando operazioni e logistica ed ipotizzando futuri impieghi di sciami e sensori che, quali moltiplicatori di forza, sono in grado di assicurare sea control e denial. Il problema dell’IA sta nel costruire fiducia individuale dato che se le forze sul campo non confidano in una tecnologia, non la useranno specie se non è distinguibile il confine tra sistemi letali e non. Far operare ogni nave come fosse una portaerei comporterebbe un cambiamento di mentalità, visto che, malgrado le Unità di superficie abbiano già dovuto considerare attentamente il potere aereo in un’era missilistica, il lancio ed il supporto di droni rappresentano un cambio di paradigma che tiene conto dell’accelerazione della velocità della guerra e della conseguente necessità di disporre su diversi livelli delle strategie acquisitive necessarie a soddisfare le esigenze delle guerre future. Le sfide della US Navy in questo momento hanno a che vedere con le quantità ed i costi da sostenere, tenuto conto che in generale non c’è stata la possibilità di allestire Unità nei tempi ed entro i budget previsti, posto che il Dipartimento della Marina ha evidenziato come gli USA non siano ancora del tutto pronti alla competizione nell’era dell’IA; ciò non significa che si sia verificato uno stravolgimento nelle relazioni militari, ma che si considera l’importanza della transizione delle FA verso profili più contenuti e agili basati sull’IA.

Tanto per rimanere negli esempi, il teatro del Mar Nero, dominio in una guerra combattuta da un paese senza flotta, offre un caso che, analizzato anche dai cinesi, stravolge le ipotesi tradizionali sul potere marittimo, visto che la confluenza di IA e guerra di droni ha costretto Mosca a ritirare le sue navi da Sebastopoli. Se è vero che Pechino ha più navi di Washington, almeno teoricamente gli USA potrebbero compensare la disparità con una flotta più ampia di navi più piccole configurate dall’IA. Non è un caso che, sotto la guida dell’Ammiraglio Caudle, la Navy abbia accelerato la transizione verso la Hybrid Fleet, ovvero verso un’integrazione strutturale tra piattaforme umane e sistemi autonomi. Le Fighting Instructions americane del 9 febbraio 2026 rappresentano la sua visione strategica, trattandosi di una revisione dottrinale che trasla dalla superiorità numerica a una flessibilità tattica riassunta nel concetto di Hedge Strategy, per cui non si pensa più ad una flotta indirizzata ad uno scontro simmetrico, ma ad una forza fondata su un ecosistema di sw, dati e su capacità di combattimento che prevedano una massa di combattimento espansa, ovvero l’integrazione di sistemi autonomi, una capacità di comando più flessibile anche in caso di jamming, e soprattutto un all head flank sull’IA, supportato dal sw Project Overmatch, versione navale del JADC2, con lo scopo di creare un network dove ogni sistema d’arma condivide informazioni, demandando all’IA il compito di analisi.

L’idea centrale nelle strategie navali risiede ora nel fatto che uno sciame di droni non sia solo un gruppo di macchine coordinate, ma che possa funzionare come una rete neurale distribuita e indipendente, ovvero come un’effettiva Intelligenza Artificiale Collettiva e decentralizzata (Swarm Intelligence), ispirata ai sistemi naturali con ogni drone che agisce come un neurone che addestra sinapticamente gli altri. Dalle interazioni tra singoli sistemi ed ambiente scaturisce un comportamento collettivo complesso e coordinato in grado di risolvere problemi tattici altrimenti irrisolvibili per un singolo individuo.

L’innovazione tecnologica sta rivoluzionando operatività e gestione delle risorse e il caccia Uss Fitzgerald (DDG-62) ne è un esempio. Con l’introduzione del sistema di IA Enterprise Remote Monitoring Version 4 l’obiettivo della US Navy è ridurre le perdite garantendo che un numero maggiore di navi sia operativo in caso di estensione del conflitto. Anche il combattimento sottomarino integra l’IA, puntando a creare una sorta di copilota digitale capace sia di prendere decisioni tattiche autonome sia di gestire sciami di droni. La Navy di fatto sta creando una nuova generazione di cacciatori con un istinto potenziato dall’IA; il vantaggio storico statunitense era l’invisibilità ora è divenuto una massa di droni guidata dall’IA che governa l’analisi dei big data provenienti dai satelliti, dalla superficie, dai sensori subacquei. Di fatto, la guerra del futuro non si giocherà più sulla forza cinetica ma su più elevate capacità di elaborazione, come preannunciato dal Segretario alla Guerra americano Hegseth, che ha dichiarato che “Il futuro della guerra americana è qui, e si scrive AI”.©

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