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I femminicidi in Italia: un’analisi diacronica

di Alessandro Amadori

Introduzione

Definire con precisione l’andamento nel corso del tempo dei femminicidi in Italia è più complesso di quello che può apparire a prima vista, per due problemi metodologici: da un lato, la mancanza di un unico osservatorio specifico che usi criteri univoci di classificazione e, dall’altro, proprio la questione definitoria. Quelli che vengono rilevati storicamente sono infatti gli omicidi con vittima femminile, mentre il vero e proprio femminicidio è oggetto di misurazione soltanto dal 2026.

Il femminicidio è definito, come reato specifico all’articolo 577-bis del Codice Penale, nel seguente modo: l’uccisione di una donna motivata dal genere, cioè commessa perché è donna o in quanto donna. È una categoria che non coincide semplicemente con “omicidio di una donna”: riguarda omicidi che nascono da dinamiche di controllo, possesso, discriminazione, violenza di genere.

Lawful Interception per gli Operatori di Tlc

 

Gli omicidi di donne nell’ultimo decennio

Ciò premesso, verifichiamo l’andamento degli omicidi con vittima femminile dal 2015 a oggi (fonte: Ministero dell’Interno; quella per il 2026 è una proiezione basata sul dato di fine agosto).

Come si vede chiaramente nel grafico che segue, la tendenza generale è al calo, con una significativa diminuzione negli ultimi tre anni. A dieci anni dal picco di 150 casi nel 2016, nel 2026, se la tendenza dei primi otto mesi viene mantenuta, si dovrebbero riscontrare non più di 70 casi (come detto è una proiezione, evidenziata in giallo nel grafico). Più precisamente, a fine giugno erano stati registrati 34 casi di omicidio con vittima donna, e di questi 8 sono stati classificati come vero e proprio femminicidio (all’incirca il 25% del totale).

Dunque, il problema degli omicidi con vittime donne rimane grave (riguardando infatti fra il 35 e il 40 per cento degli omicidi totali, una quota che è andata crescendo nel tempo a fronte invece della diminuzione del numero di omicidi, che oggi sono meno di 350 l’anno), ma i dati reali ci mostrano che il fenomeno è in contrazione, non in espansione.

Concentrandoci sul 2026, quali sono l’età e la nazionalità delle vittime? Sui 40 casi registrati sino ad agosto (fonte: Osservatorio FLT, aggiornato appunto ad agosto), l’età media delle vittime risulta essere di quasi 54 anni, con un’età minima di 14 anni e una massima di 89 anni. Sette della 40 vittime (ossia il 17%) avevano più di 75 anni.

In 33 casi su 40 (83%) le vittime erano italiane, nei rimanenti 7 (17%) straniere (una vittima per ciascuna delle seguenti provenienze: Albania, Germania, Macedonia del Nord, Nigeria, Romania, Stati Uniti, Ucraina).

Quanto esposto porta alle seguenti considerazioni sul decennio in questione:

  • trend complessivamente in calo: da 128 (2015) a 97 (2025);
  • picco nel 2016 (150 vittime);
  • stabilità 2021–2024 attorno a 119 vittime l’anno;
  • calo significativo nel 2025: –18% rispetto al 2024;
  • tendenza simile per il 2026; per quest’anno, la quota di veri e propri femminicidi è del 25% circa;
  • la quota di omicidi di donne in ambito familiare/affettivo resta la più rilevante ogni anno (circa 70–85% del totale).

In definitiva, l’elevata sensibilità sociale sul problema, e l’impatto emotivo di molti dei delitti che ricadono nella fattispecie dell’omicidio con vittima donna, portano a una sovrarappresentazione percettiva del fenomeno rispetto alla sua reale tendenza evolutiva.

 

Il confronto con il passato

Se poi vogliamo fare un confronto storico, sempre relativamente al tema degli omicidi con vittime donne, andando decisamente più indietro nel tempo, bisogna fare subito una precisazione: non esistono serie ufficiali del Viminale per gli omicidi di donne nel periodo 1960–1990, e quella che si può fare è solo una ricostruzione ragionata, basata su ISTAT e studi criminologici, esplicitando che si tratta di stime, non di numeri ufficiali.

Negli anni compresi tra il 1960 e il 1990, il quadro degli omicidi in Italia era profondamente diverso da quello attuale. Le statistiche ufficiali del Ministero dell’Interno non erano ancora disponibili in forma disaggregata per sesso; quindi, per quei decenni dobbiamo affidarci alle serie storiche dell’ISTAT e agli studi criminologici. Questi dati mostrano che gli omicidi totali erano molto più numerosi rispetto a oggi: negli anni Sessanta si registravano 450–550 casi l’anno, negli anni Settanta il numero saliva a 600–700, mentre negli anni Ottanta oscillava tra 500 e 650.

La quota di vittime donne, pur non essendo riportata ufficialmente, può essere stimata con buona affidabilità considerando la composizione dei fenomeni criminali dell’epoca. Negli anni Sessanta, la presenza dei delitti d’onore, che colpivano quasi esclusivamente donne, fa sì che la proporzione femminile non vada stimata come “bassa” nonostante gli omicidi venissero compiuti, nella grande maggioranza dei casi, fra uomini: la stima più realistica è tra 110 e 150 donne uccise l’anno, pari a una quota del 25–28% degli omicidi totali.

Negli anni Settanta, i delitti d’onore continuano a essere presenti e si sommano a un aumento degli omicidi in ambito familiare e relazionale: la stima più solida in questo caso è di 150–200 donne uccise l’anno, pari a una quota del 25–30%. Negli anni Ottanta, dopo l’abolizione del delitto d’onore nel 1981, la quota femminile tende a ridursi leggermente, mentre la numerica dei casi va a collocarsi intorno alle 120–170 vittime l’anno.

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Il confronto con la situazione attuale è particolarmente significativo. Oggi, grazie ai dati ufficiali del Ministero dell’Interno – Servizio Analisi Criminale, sappiamo che gli omicidi totali si sono ridotti drasticamente: negli ultimi anni oscillano tra 280 e 330 casi l’anno, cioè sono meno della metà rispetto agli anni Settanta. Le donne uccise, invece, non sono diminuite in modo proporzionale: tra il 2015 e il 2024 si registrano stabilmente 110–120 vittime femminili l’anno, e solo nel 2025 il dato scende a 97.

Questo significa che, mentre negli anni Settanta le donne rappresentavano circa un quarto delle vittime di omicidio, oggi possono arrivare a costituire quasi il 40% del totale. In altre parole, la violenza letale contro le donne è diventata più centrale nel panorama degli omicidi: gli omicidi complessivi sono diminuiti, ma la quota femminile di vittime è, in proporzione, cresciuta e oggi appare elevata.

 

Conclusioni

Statisticamente parlando, gli omicidi con vittime donne risultano in calo nel triennio 2024-2026. Cresce però, rispetto al passato, il peso del “femminicidio” sul totale degli omicidi, e cambiano le dinamiche della violenza omicidiaria contro le donne. Negli anni Sessanta e Settanta la violenza letale contro le donne era fortemente segnata da dinamiche patriarcali esplicite, come i delitti d’onore e gli omicidi in contesti familiari rigidi. Oggi, invece, la maggior parte degli omicidi di donne avviene nelle relazioni affettive, soprattutto per mano di partner o ex partner, come mostrano i dati ufficiali del Viminale. La struttura del fenomeno è cambiata, ma la sua persistenza nel tempo è evidente: nonostante il crollo degli omicidi totali, la violenza di genere mantiene una numerica costante e significativa (con un peso percentuale più rilevante). Ma il dato incoraggiante da evidenziare è l’inversione di tendenza degli ultimi tre anni, certamente frutto anche delle misure adottate dal Governo in carica, sul piano sia penale che educativo.

Per quanto concerne quest’ultimo, proprio negli ultimi tre anni il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha reso più sistematico il lavoro delle scuole sul contrasto alla violenza di genere e sull’educazione alle relazioni. La Direttiva 83 del 2023, nata in risposta ai dati allarmanti sulla violenza contro le donne (di cui il femminicidio è la forma estrema), chiede alle scuole – soprattutto alle secondarie – di sviluppare percorsi che aiutino gli studenti a riconoscere stereotipi, comprendere le dinamiche della violenza e costruire relazioni fondate sul rispetto. La prevenzione deve diventare parte stabile della vita scolastica, coinvolgendo docenti, classi e comunità educante.

A questa impostazione si collegano le nuove Linee guida per l’educazione civica del 2024, che aggiornano la cornice del 2020 e valorizzano il ruolo formativo della Costituzione come riferimento etico per la convivenza democratica. Nel primo ciclo si punta a far maturare nei bambini la capacità di riconoscere l’altro, gestire le emozioni e comprendere il valore delle regole condivise. Nel secondo ciclo l’educazione civica include la parità di genere, la prevenzione delle discriminazioni, la responsabilità nelle relazioni e la consapevolezza dei diritti fondamentali.

In entrambe le prospettive, il contrasto alla violenza di genere è parte integrante della formazione civica. Le scuole, anche grazie ai corsi di formazione per docenti gestiti da INDIRE, sono chiamate a costruire ambienti in cui il rispetto sia un’esperienza quotidiana, unendo dimensione normativa e pedagogica in un percorso che attraversa l’intero cammino scolastico.

Tornando a focalizzarci sulla fenomenologia attuale del problema, le vittime di femminicidio hanno un’età media attorno ai 54 anni, con casi che vanno dalla prima adolescenza all’età molto avanzata (dai 14 agli 89 anni). La larga maggioranza dei femminicidi avviene in ambito familiare/affettivo, e circa tre quarti dei casi relativi appunto all’ambito familiare/affettivo sono commessi da partner o ex partner, un dato sorprendentemente stabile nel tempo.

Il contesto sociale delle vittime è molto eterogeneo: abbiamo una quota minoritaria di sex worker e un’altra quota limitata di donne con disabilità o malattie gravi (incluse donne anziani non autosufficienti). Poi troviamo una quota, anch’essa limitata, di donne in condizioni economiche fragili. Ma nella maggioranza dei casi, più che la condizione sociale delle vittime, conta la condizione relazionale in cui hanno vissuto. Sul piano psicologico degli autori, i report del Viminale mostrano che la maggior parte dei femminicidi nasce da dinamiche di controllo, gelosia, possesso, separazioni conflittuali, più che da patologie psichiatriche certificate (che compaiono solo in una minoranza dei casi). I segnali premonitori più frequenti sono: precedenti violenze, minacce, stalking, controllo ossessivo, isolamento sociale della vittima (presenti in oltre metà dei casi secondo le analisi qualitative del Ministero).

In sintesi, il femminicidio in Italia è un fenomeno che colpisce soprattutto donne adulte, in contesti familiari instabili o violenti, con autori che manifestano comportamenti di controllo e minaccia già prima dell’evento. Tenendo conto di quest’ultimo punto, è sicuramente possibile migliorare la prevenzione.

Vorrei allora chiudere questo contributo citando il “Violenzametro”, un utile strumento divulgativo creato dall’Arma dei Carabinieri per aiutare a riconoscere, in modo semplice e immediato, le diverse forme di violenza nelle relazioni. È una scala graduata che va dai comportamenti apparentemente “lievi” – come gelosia e controllo – fino alle forme più gravi, come minacce, aggressioni e violenza fisica. La sua utilità sta nel rendere visibile ciò che spesso rimane confuso o viene normalizzato: mostra che la violenza non nasce all’improvviso, ma cresce per gradi, e che i segnali iniziali non vanno mai sottovalutati.

Usato nelle scuole, nei centri antiviolenza e nelle campagne di sensibilizzazione, il “Violenzametro” può aiutare ragazze e ragazzi a riconoscere precocemente dinamiche tossiche, a chiedere aiuto prima che la situazione degeneri e a comprendere che il rispetto è la base di ogni relazione sana. In questo senso è un vero e proprio strumento di prevenzione del femminicidio: permette infatti di intercettare la violenza quando è ancora “invisibile”, favorendo interventi tempestivi e una maggiore consapevolezza emotiva e relazionale.

 

 

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