Sicurezza e Giustizia

TRA UN’ETICA DEL DIRITTO E UN DIRITTO CHE È ETICA: NON C’È DIRITTO SE NON C’È ETICA

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di Faustino De Gregorio

Gli atteggiamenti comportamentali ai quali il genere umano dovrebbe attendere non possono prescindere da un tendenziale modo armonico con il prossimo, frutto di una consapevole maturità coscienziale che ha alla base un corollario di norme non scritte che non si ha difficoltà a qualificarle come etiche.

 


 

Iniziamo queste brevissime considerazioni partendo dal dato che i comandamenti rivolti da Dio agli uomini, sono quelli che possono e devono considerarsi precetti totalizzanti in quanto non si fermano, o meglio, non si accontentano di ricevere risposte immediate e concrete alla volontà ivi espressa, ma vanno oltre, nel senso che auspicano, detti comandamenti, atteggiamenti positivi tesi ad abbracciare una incondizionata adesione da parte di tutto il genere umano, perché è ciò che il Sommo si aspetta venga compiuto.

Si è studiato che i comportamenti dei Cristiani, anticamente, erano divisi in due modi obbligazionari distinti, cioè due modi diversi di obbedienza: uno che potremmo definire di matrice pubblica o civica, rivolta verso il prìncipe ed il potere imperiale quand’anche costituito proprio per volontà di Dio ma con l’intento di assicurare in terra l’ordine civile ed amministrare la giustizia tra le genti; l’altro, il secondo, di tipo diremmo squisitamente religioso, con il quale si tende a rispettare ed osservare i precetti divini per assicurarsi, al tempo presente, la salvezza celeste.

Molto spesso si fa confusione e risulterà difficile comprendere quando si è oltrepassata la linea che separa e contraddistingue questi due modi obbligazionari. Sarà quindi importante stabilire, con una certa precisione, quando si viene formando il presupposto dogmatico dualista, intendendo con ciò catalogare modi di intervento del potere solo in campo terreno, ben distinto da quello esclusivamente spirituale, pur se quest’ultimo avesse ad esercitare una forte influenza su quello materiale (terreno). Infatti, tra i due ordini di rapporti appena descritti, nei quali ognuno agisce nel proprio ambito di competenza, oltre ovviamente alle finalità al cui raggiungimento ognuna ambisce, né teologicamente, né giuridicamente e neppure praticamente è ammissibile un sistema di reciproca ignoranza e assoluta separazione.

Certo, si tratterà poi di stabilire come nella materiale quotidianità i due sistemi dovranno interagire non tralasciando di ulteriormente considerare che, la superiorità del fine spirituale su quello temporale sarà d’aiuto alla autorità terrena nell’amministrazione della comunità e fine ultimo per il raggiungimento della salvezza eterna.
In questo nostro ragionare molto è lasciato al libero convincimento degli uomini i quali hanno, davanti a sé, una duplice espressione comportamentale: una di tipo intra-soggettiva, quando incide, meglio, intesa come rapporto assolutamente individuale che risponde solo alla propria coscienza dando origine ad una vera e propria obbligazione di coscienza; l’altra che qualificheremo inter-soggettiva perché riflette anche sui rapporti esteriori, quelli con l’autorità e verso il prossimo, quindi necessariamente rapportati ai noti schemi della doverosità del sistema giuridico vigente.

Per facilitare la comprensione del nostro discorso può essere utile ricorrere ad un esempio che dà la misura entro la quale si inseriscono questi concetti.
Se prendiamo dunque come esempio il comandamento quinto “Non uccidere” con il quale Dio ordina agli uomini “Non occidens”, non dobbiamo considerare l’uccisione in se e per se, che ovviamente viola la legge ed anche il comandamento, quanto allargare la prospettiva agli atteggiamenti comportamentali dell’uomo che, con il suo gesto, vanifica la presenza del prossimo che proprio quel gesto tende a cancellare: non è stato forse detto “Ama il prossimo tuo come te stesso?”(Mt 19, 16-19).

Insistiamo per un attimo su questo concetto. Lo ribadiamo, lo stesso comandamento abbraccia un duplice contenuto: etico e giuridico. Dall’esempio appena svolto ne deduciamo che non solo non è lecita, ovviamente l’uccisione, ma anche tutti quegli atteggiamenti violenti che determinano un risentimento ed allarme sociale verso il prossimo.

…continua su EDICOLeA

 


 

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