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Los Angeles e Ballymena: quando la politica non trova soluzioni ma pericolose polarizzazioni

di Gino Lanzara

Un oceano non basta per stemperare attriti che, sia pur con diverse modalità, si ripetono da una sponda all’altra. È probabilmente giunto il momento di porsi delle domande o circa l’avvento di ulteriori “Clash of Civilizations” alla Huntington o sull’incapacità delle politiche interne di guardare con obiettività alle istanze sociali, con sguardi scevri da polarizzazioni.


Gli Strange Days di Kathryn Bigelow, ambientati in versione postmoderna proprio a Los Angeles, propongono atmosfere e ritmi che nel 1996, anno di uscita del film, alla gran parte degli spettatori di fine millennio non sembravano attagliabili che per immaginifiche versioni cinematografiche che, in realtà, volavano sulle ali della Rodney King Uprising del 1992. Ancora una volta l’oggettività ha surclassato la fantasia, dato che ha proposto guerre di particolare violenza accompagnate da percettibili instabilità politiche interne e di certo allora nemmeno ipotizzabili entro i cortili di egemoni votati ad ordini politici post Guerra Fredda. Quel che ci ha insegnato questo primo quarto di secolo è che nulla è scontato, tutto è cinetico, tutto è improntato al realismo più graffiante.
Per l’ennesima volta Los Angeles si è trasformata in epicentro di proteste, oggi legate alle operazioni anti-immigrazione condotte dalle autorità federali; le retate dell’ICE, consentendo l’arresto dei migranti irregolari, hanno caratterizzato situazioni rapidamente degenerate in violenti disordini. La reazione federale non si è fatta attendere; dalle critiche rivolte a Governatore dello Stato e Sindaco, alle repliche per giungere all’intervento federalizzato della Guardia Nazionale per ripristinare l’ordine, il passo è stato breve; un passo controverso, stanti le diverse interpretazioni offerte circa la liceità dell’impiego sul territorio delle truppe, per il cui intervento la Presidenza si è richiamata a fattispecie insurrezionali.

Karen Bass, Sindaco di Los Angeles, ha accusato l’amministrazione federale di ricorrere alla forza per fini politici, non rispettando l’autonomia delle amministrazioni locali ed affermando che Los Angeles è una città costruita sull’immigrazione: “Le persone che vivono qui, indipendentemente dallo status legale, fanno parte della nostra comunità”; affermazioni forti in netta opposizione alla condotta politica federale. Di fatto, la situazione losangelena potrebbe richiamare ad una sceneggiatura hollywoodiana, a film capaci di evocare sia una guerra civile, sia un declino imperiale atteso ma forse non così incombente.

Quel che è certo è che POTUS intende far dismettere lo status di sanctuary State della California, al centro della querelle tra Stato federale e Stato federato; l’espulsione degli immigrati irregolari, talvolta, come sembra, peraltro non sostenuta da habeas corpus, è per la Casa Bianca una priorità assoluta e l’accelerazione dei ritmi ha fomentato l’inizio delle proteste che celano sia poste molto più ampie e consistenti, sia un pericoloso effetto boomerang con estensioni imprevedibili. L’obiettivo consiste nel riesame dell’autorità statuale californiana, che garantisce la protezione dei clandestini dalle espulsioni ordinate da Washington, che intende esautorare Sacramento dal suo ruolo di garante di legge e ordine. Di fatto una partita geopolitica per il potere tra centro federale e periferie, animata da Bilal Essayli, musulmano di genitori libanesi, procuratore capo del distretto centrale della California, luogo di residenza per non meno di 1 milione e mezzo di irregolari. Un quadro agevolato dal collasso della frontiera messicana e del sistema di management migratorio che non ha trovato unanime accoglienza da parte dell’elettorato americano, il quale, non a caso, ha inteso premiare la candidatura Trump, pur con l’adozione dello status da muro contro muro di città santuario da parte della municipalità di Los Angeles. Sui media americani la questione risente di una profonda polarizzazione: se da un lato i provvedimenti emergenziali trovano giustificazione nell’impossibilità di garantire l’ordine pubblico, dall’altro lasciano la sensazione di trattarsi di misure fuori scala.

Il problema consiste nell’impedire che la situazione vada fuori controllo danneggiando il Presidente e dissuadendo i Dem che incitano a manifestare per recuperare consenso.
È interessante valutare le possibili iniziative da parte della Corte Suprema, che, se bocciasse POTUS, agevolerebbe una pericolosa resa dei conti tra poteri istituzionali, mentre, se lo approvasse, gli conferirebbe poteri più che significativi, in grado sia di mettere in ombra il governatore Dem Newsom, sia di esercitare una sorta di suasion sullo svolgimento delle elezioni di midterm.

Lawful Interception per gli Operatori di Tlc

Non c’è regno privo di zone d’ombra e la California non fa eccezione; demografia calante eccetto quella connessa ai migranti, costi elevati, crisi abitativa, declino della qualità della vita hanno messo in crisi il golden State, da cui in tanti si allontanano, attratti da tasse meno elevate e destinati ad influenzare gli equilibri politici interni, andando ad intaccare le tendenze del preesistente zoccolo elettorale dello Stato di destinazione. Se da un lato Sacramento assurge a simbolo progressista di integrazione, dall’altro la politica in carica poco o nulla ha fatto per calmierare il costo della vita o per contenere un tasso pericolosamente elevato di senza tetto, senza contare rigide politiche ambientali green che hanno aumentato i costi dell’energia, creando problemi infrastrutturali.

Insomma, la California, in sintesi, non è più lo Stato dell’american dream, visti gli elevati livelli di sperequazione e disuguaglianza e viste anche le tensioni sociali che hanno accomunato in queste ultime settimane le sponde pacifiche californiane con quelle atlantiche nordirlandesi. Attriti che si inseriscono in un panorama globale estremamente frammentato, dove gli scontri locali riflettono dinamiche molto più estese che coinvolgono identità e sfiducia nelle istituzioni. La situazione è dinamica: la difficoltà di riuscire a mettere correttamente a sistema le informazioni aumenta l’estensione delle gray zones dove viene messo in dubbio il concetto di frontiera, o viene invece esaltato il valore costitutivo dell’immigrazione per la società yankee, in una città che vive di immigrati e dove le percezioni circa l’entità delle proteste variano sulla base della zona di residenza e sulla considerazione della necessaria cogenza delle norme già vigenti.

Anche dall’altro versante atlantico esplode l’ira connessa alla questione migratoria, sia pur con i dovuti distinguo dovuti. A Ballymena, in Irlanda del Nord, a poca distanza da Belfast, i bilanci degli scontri narrano di agenti feriti, di contusi, di facinorosi fermati dalle Forze dell’Ordine, dopo diverse sere consecutive di attriti qualificati come “a sfondo razziale” dopo un tentativo di stupro ai danni di una minorenne. Eventi stigmatizzati dalla destra protestante unionista nordirlandese che, nel deplorare l’accaduto, non ha tuttavia esitato nello scagliarsi contro l’emigrazione e la Repubblica d’Irlanda, colpevole di lasciar filtrare i clandestini nell’Ulster, ravvivando il ricordo dei disordini esplosi durante l’estate 2024 nel Regno Unito, a seguito del ferimento di 9 e dell’omicidio di 2 bambine, accoltellate vicino Liverpool ad opera di un 17enne figlio di rifugiati ruandesi. Una vicenda che aveva infiammato l’Irlanda del Nord.

Lawful Interception per gli Operatori di Tlc

Stante l’origine dei coinvolti negli ultimi disordini, la comunità romena è stata la naturale destinataria della violenza operata da frange che non hanno esitato a lanciare bottiglie molotov e ad utilizzare armi da fuoco contro gli agenti, intervenuti per riportare la situazione alla normalità. Da Ballymena, pur sporadicamente, gli attriti si sono estesi alle contigue città di Larne, Carrickfergus e Newtownabbey, per approdare a Belfast, con sullo sfondo i richiami e le condanne espresse dal premier inglese, Sir Keir Starmer stagliate sullo sfondo di una Peace Line di 7 km, una barriera che divide ancora Belfast e Derry che alternano Tricolori e Union Jack, ovvero aneliti di indipendenza che oscillano tra Londra e Dublino e che si traducono in oneri finanziari insostenibili. L’Ulster è una Bean Sidhe, meravigliosa e incantata ma impossibile da conquistare. Oggi l’ostilità si manifesta verso il nuovo antagonista: l’immigrato, ma quanto motivatamente?

Anche nel Regno Unito la disuguaglianza reddituale e geografica è molto incisiva ed è rispetto a questa che Londra esercita un ruolo cruciale. Non è un caso che il coefficiente di Gini, compreso il costo delle abitazioni, nel 2023 raggiungeva il 39% arrivando a piazzarsi al quinto posto tra i paesi dell’OCSE; e non è un caso che l’unico paese che precede la Gran Bretagna siano gli Stati Uniti. Se si considera la porzione più ampia dell’Europa settentrionale, si può notare come il Regno Unito includa contemporaneamente l’area più ricca, Londra, e le otto aree più povere. Senza Londra il reddito inglese precipiterebbe del 14% al di sotto del Mississippi, lo stato americano più povero. Il problema è comprendere quanto di questa prospettiva sia stata compreso dai Labour.
Ma gli allarmi sociali non si arrestano a Ballymena; indagini ufficiali hanno evidenziato vulnerabilità inquietanti, per cui molti richiedenti asilo e cittadini stranieri risultano coinvolti, in proporzione significativa, in inchieste su gang di child grooming.

La relazione della Baronessa Louise Casey, ha evidenziato come la polizia abbia sottovalutato per lungo tempo il ruolo dei migranti pachistani, protagonisti di un fenomeno sistemico così rilevante da rendere impossibili risposte locali isolate, anche perché le conclusioni dell’inchiesta hanno evidenziato come nel 66% dei casi l’etnia non era stata registrata. Di fatto, si tratta di un ulteriore elemento che ha giocato a favore di Nigel Farrage e del suo Reform UK, visto che l’audit evidenzia come polizia e leader locali abbiano occultato l’importanza delle gang asiatiche, temendo accuse di razzismo. Poco prima della pubblicazione dell’inchiesta Casey, Sir Starmer è stato costretto ad ordinare alla National Crime Agency un’inchiesta nazionale sullo scandalo. Inevitabile la presa di posizione della Segretaria di Stato per gli Affari Interni, Yvette Cooper, che ha promesso di considerare le raccomandazioni di Lady Casey in merito alla raccolta obbligatoria di dati su etnia e nazionalità dei sospettati in casi di abuso sessuale e sfruttamento minorile. L’inversione di intenti di Starmer, dopo le accuse rivolte ai Conservatori di voler cavalcare l’onda, di fatto ha inflitto un vulnus alla sua credibilità, specie alla luce del fatto che, già per gli eventi di Southport 2024, ha optato per narrazioni che non tenevano in debita considerazione paura, disagio e malessere connessi sia al fenomeno migratorio dando così una sponda a realtà sociali pronte ad agevolare il populismo di Farage sempre più lanciato verso percentuali elettorali importanti, sia alla riduzione del sistema del welfare con un presunto risparmio di circa 5 miliardi di sterline.

In Eire la situazione sociale presenta indubbi successi legati ad un più che soddisfacente tenore di vita, ma anche ad un pot-pourri di criticità legate a crisi abitativa, sanità costo della vita e contesti migratori. Nell’Ulster la situazione sociale è ancora più complessa e costantemente connotata dalle divisioni prodotte dalla storia del conflitto tra comunità unionista e comunità repubblicana. Sebbene l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 abbia portato alla fine delle violenze, settarismo e segregazione sono rimasti elementi sociali sintomatici, con il tema immigrazionista assurto a punto di tensione e con una percezione diversa tra le comunità unionista e repubblicana riguardo all’impatto degli immigrati sulla comunità nordirlandese.

Anche i media hanno assolto a ruoli sì rilevanti ma anche controversi, tanto da esercitare un impatto diretto sulla percezione pubblica e sulla reazione delle autorità, diffondendo ed amplificando gli eventi, alimentando un incontrollabile senso di caos; a Ballymena, se i media, almeno da principio, hanno opportunamente omesso di riportare la nazionalità dei sospettati, i social hanno colmato il gap alimentando la rabbia e polarizzando il dibattito. Non c’è dubbio che quanto trasmesso abbia indotto un effetto domino che, sia in California che in Irlanda, ha spinto altre città a manifestare in una più generale internazionalizzazione dei disordini.
È possibile scorgere diversi fili conduttori che mettono in connessione logica conflitti apparentemente distanti. Gli attriti, che scaturiscano da convincimenti politico-religiosi, culturali e o etnici, di massima insorgono da identità che si percepiscono minacciate e che avvertono rischi di esclusione dalla gestione del potere o di oppressione istituzionale; le politiche migratorie americane o le repressioni sudanesi o nel Myanmar fortificano questa percezione. Di fatto, gli spazi urbani e collettivi assurgono alla dimensione di simboli resistenziali di scontro dove si perpetuano ciclicamente violenza e repressione da parte delle istituzioni che, spesso, radicalizzano le comunità coinvolte. Non è nemmeno da sottovalutare il convincimento delineato dall’Università La Sapienza, per cui molti conflitti sono accresciuti sia da instabilità sistemica sia da mutamenti geopolitici che privano le istituzioni dell’effettiva capacità di mediazione; quella che emerge è dunque una sfiducia generalizzata verso lo Stato, elemento che dimostra che le tensioni insorgono da disuguaglianze strutturali e risposte istituzionali inadeguate.

I ricavi politici non sono quindi così certi, posto che l’alfa critico potrebbe palesarsi repentinamente nel caso di un inasprimento dei provvedimenti mentre i vertici delle formazioni politiche interessate affrontano una situazione politica complessa, che tanto potrebbe sia produrre vantaggi, tanto potrebbe condurre su sentieri impervi.
I fatti di Los Angeles e Ballymena, pur avvenendo in contesti geografici e storici tra loro avulsi, condividono affinità connesse a tensione sociale, a problemi identitari ed al rapporto con l’autorità. In entrambi i casi le forze dell’ordine non sono state percepite come strumenti di protezione ma di repressione mossa nei confronti delle identità collettive; a Los Angeles i latinos si sono mobilitati a difesa dei loro diritti, mentre a Ballymena le tensioni si sono incentrate su aspetti identitari, culturali e religiosi e su istanze istituzionali vissute al pari di una provocazione. Entrambi i contesti stano dunque a dimostrare quanto possano deflagrare le tensioni sociali esplodano laddove le istituzioni ignorano le esigenze o le paure di società che conservano intatto il bisogno di essere ascoltate.©

Articolo disponibile in originale su EDICOLeA https://www.edicolea.com/seg-ii-del-mmxxv/

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