di Alessandro Amadori e Giorgia Di Gennaro
L’articolo analizza la violenza di genere come fenomeno in crescita, con particolare incidenza tra le giovani generazioni. Viene sottolineata la natura complessa e multifattoriale del problema, legata a cause culturali, sociali, economiche e psicologiche. Ampio spazio è dedicato alla prevenzione, con un focus sugli strumenti pratici di rilevazione del rischio come il Violentometro e il Violenzametro, utili per riconoscere i segnali precoci di abuso e stimolare l’intervento tempestivo. Si evidenzia l’importanza di un approccio integrato che includa educazione, supporto alle vittime, politiche pubbliche e sensibilizzazione, per contrastare in modo efficace il ciclo della violenza.
La violenza di genere è un fenomeno grave e che appare in aumento negli ultimi anni (questo, tuttavia, almeno in parte anche per una maggiore propensione a denunciare, da parte delle vittime, rispetto al passato). Secondo un rapporto della Direzione Centrale della Polizia Criminale, dal 2020 a oggi le violenze di genere sono cresciute del 35%, con un impatto particolarmente forte sui giovani. Inoltre, il numero di violenze sessuali è aumentato costantemente negli ultimi 20 anni, con un incremento del 40% tra il 2013 e il 2022. Le statistiche evidenziano che il 76% delle donne vittime di violenza sessuale ha meno di 34 anni, e che nella fascia tra i 14 e i 17 anni il fenomeno è in crescita. Anche i cosiddetti “reati spia”, come stalking e maltrattamenti contro familiari e conviventi, hanno registrato un incremento significativo. Questi dati sottolineano la necessità di una maggiore sensibilizzazione e di interventi concreti per contrastare la violenza di genere (Bonura, 2016).
Che, sicuramente, è un fenomeno complesso e multifattoriale, che affonda le sue radici in una varietà di cause. In primo luogo, vanno indubbiamente considerati fattori sociali e culturali (Milani e Grumi, 2023). In molte società, e in parte anche nella nostra, esistono norme e credenze (esplicite o implicite) che perpetuano l’idea della superiorità di un genere sull’altro, spesso giustificando comportamenti violenti come strumenti di controllo o disciplina. In secondo luogo, le disparità di potere, tra uomini e donne, che ne derivano, sia a livello personale che istituzionale, possono creare un terreno fertile per la violenza. Queste disuguaglianze si manifestano in vari ambiti, come il lavoro, la politica e la famiglia, e agiscono come elementi di resistenza al cambiamento culturale e all’evoluzione del rapporto fra i generi.
Poi troviamo fattori economici: la dipendenza economica può infatti rendere le vittime più vulnerabili alla violenza, poiché la mancanza di risorse limita le loro possibilità di fuga o di denuncia (Pellegrino e Zagaria, 2011). Dal punto di vista psicologico, sono molto importanti i traumi e gli abusi pregressi (Vagnoli, 2021): esperienze di violenza o abusi subiti durante l’infanzia possono infatti influenzare il comportamento futuro (sia degli autori che delle vittime), perpetuando un vero e proprio ciclo di violenza. Sempre sul piano psicologico, la difficoltà di molti maschi a gestire le proprie emozioni, unitamente alla tendenza dell’aggressività maschile a prendere forme di espressione diretta, fisica, esplosiva, costituisce un importante meccanismo di innesco della violenza di genere, quando il rapporto con la partner diventa conflittuale o si interrompe. Inoltre, gli stessi media possono contribuire a normalizzare la violenza di genere, attraverso la rappresentazione stereotipata dei ruoli di genere e un racconto romanzato dei casi di violenza (Giomi e Magaraggia, 2017). Infine, l’assenza di programmi educativi che promuovano l’uguaglianza di genere e il rispetto reciproco può contribuire alla perpetuazione di atteggiamenti violenti (Murgia, 2021).
Dunque, affrontare la violenza di genere richiede un approccio integrato e di lungo periodo che coinvolga l’educazione, la legislazione, il supporto alle vittime e la sensibilizzazione della società nel suo complesso (Barone e Lipari, 2022). Solo attraverso un impegno collettivo possiamo sperare di ridurre, e in prospettiva forse anche eliminare, questo fenomeno (Di Cristofaro e Rossitto, 2022).
In ogni caso, pure nel campo della violenza di genere la prevenzione è fondamentale, ed è qualcosa che si può cominciare a fare subito: bisogna imparare a riconoscere i segnali d’allarme e prenderli sul serio, perché il ciclo della violenza tende ad agire come un vero e proprio meccanismo a evoluzione progressiva e a ripetizione accelerata (Amadori, 2024).
Ma proprio conoscendo le caratteristiche del ciclo della violenza, è possibile costruire degli strumenti che consentano di valutare a che grado di rischio le vittime potenziali sono effettivamente esposte. Il più semplice, e immediatamente utilizzabile, di questi strumenti pratici di misurazione è quello che è stato chiamato “Violentometro”, ossia la traduzione e l’adattamento del questionario originario messo a punto dal Politecnico di Città del Messico nel 2009 (Fig.1). Questo strumento è utile per identificare e prevenire la violenza in vari contesti, come le relazioni di coppia, il lavoro, la scuola e la famiglia. Soprattutto, aiuta le persone a riconoscere i segnali di allarme e le stimola a prendere misure per proteggersi e cercare aiuto.
Il Violentometro individua 30 livelli di rischio legati a specifici comportamenti pericolosi, elencati in ordine crescente in base alla gravità: si passa dagli insulti alle minacce, allo stalking e all’isolamento, fino ad arrivare alle violenze fisiche e, nel caso più estremo, al femminicidio. Lo strumento è stato ideato per portare le vittime potenziali alla comprensione e all’autoconsapevolezza riguardo al rischio di violenza. È importante anche per sensibilizzare coloro che sono vicini a persone in situazioni di pericolo e può servire come strumento educativo per prevenire e affrontare la violenza stessa (in un’ottica che oggi si definisce di “psicoeducazione”: Polis Lombardia, 2021).
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