L’attuale periodo storico in cui viviamo si sta caratterizzando sempre più da una profonda instabilità geopolitica, con guerre e conflitti guidati dalle moderne tecnologie capaci di interventi militari più chirurgici rispetto al passato, non esenti tuttavia da effetti collaterali su innocenti, in cui emergono più nitide le alleanze internazionali tra i vari paesi. In tale contesto in cui l’animo umano viene sollecitato dalle atrocità della guerra, con una profonda paura che ciò che ci mostrano i media possa coinvolgere prima o poi anche il nostro paese o, in modo equivalente, i nostri concittadini all’estero, la nostra attenzione viene forzatamente spostata anche su questioni altrettanto importanti come l’attuale riforma della giustizia che sfocerà nel prossimo referendum del 22 e 23 marzo prossimi.
Esattamente come nelle guerre, in cui i vari leader formulano dichiarazioni che riflettono una profonda polarizzazione, con un’intensa attività diplomatica e retorica che esonda a volte nell’irreale, così può avvenire che per la sponsorizzazione di una delle due tesi contrapposte si possano raggiungere toni discutibili e accostamenti pericolosi. Nel nostro paese è avvenuto questo, costituendo una evidenza talmente innegabile che è dovuto intervenire il nostro Presidente della Repubblica per ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare verso le istituzioni.
Il 18 febbraio 2026, il Presidente è intervenuto prima del relatore dei lavori ordinari del plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, esortando al rispetto vicendevole tra le istituzioni, nell’interesse della Repubblica. In undici anni non era mai accaduto. Questo intervento, breve ma intenso, è di fatto seguito ad un altro, tenutosi il 19 gennaio 2026 in occasione dell’incontro con i magistrati ordinari in tirocinio nominati con il decreto del 2025, nel quale il Presidente ha ricordato che quest’anno ricorrono gli ottant’anni della Repubblica.
Il 1946 ha segnato così una doppia svolta nella storia italiana, la piena attuazione del suffragio universale e l’avvio della stagione repubblicana. Il 1° febbraio 1945 il Governo Bonomi riconobbe, infatti, alle donne italiane il diritto di voto con il Decreto legislativo luogotenenziale n. 23. In primavera le donne parteciparono per la prima volta alle elezioni amministrative; il 2 giugno 1946, con il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea Costituente si recò alle urne l’89,1% dei poco più di 28 milioni di italiani aventi diritto, per un totale di circa 25 milioni di votanti, tra cui quasi 13 milioni donne. Il 18 giugno 1946 i risultati furono definitivamente confermati: 54,3% dei voti validi furono espressi a favore della Repubblica, contro il 45,7% dei consensi verso la Monarchia.
Come termine di paragone, nella storia repubblicana questo dato di affluenza fu superato solo negli anni 1953 e 1958. Diversamente dai giorni nostri, con le ultime elezioni del 2022, in cui ha votato solo il 64 per cento degli elettori, la percentuale più bassa di sempre, anche considerando gli altri grandi Paesi dell’Unione europea come Francia, Spagna e Germania.
Il Presidente ha ricordato, nel suo intervento, che la nostra Carta fondamentale si fonda sui principi della democrazia liberale basata sulla separazione dei poteri. In questo arco temporale la magistratura ha contribuito all’attuazione dei principi costituzionali. L’opera del magistrato è quella di applicare la legge e, al contempo, di tutelare i diritti della persona. Nella sua figura di giudicante e requirente, questa figura non può applicare automatismi ma deve valutare l’equilibrio tra rispetto della Costituzione, dell’intero ordinamento giuridico e delle fonti sovranazionali ed internazionali. La soluzione deve essere appropriata per ciascuna fattispecie concreta e rimanere sempre rigorosamente ancorata al complesso del diritto “positivo”.
La conoscenza della Costituzione italiana non è un obbligo della sola magistratura, è un diritto e un dovere di ogni cittadino. Ed è per questo che non si può discutere sul fatto che la Costituzione preveda già un modello di governo autonomo della magistratura, cioè deve essere necessariamente autonoma e indipendente affinché le decisioni siano adottate senza condizionamenti, pregiudizi, influenze o per il timore di ritorsioni o di semplici “critiche”.
È la qualificazione tecnica lo strumento che rappresenta il primo fondamento per ogni lavoratore, per il magistrato legittima all’esercizio della giurisdizione. Ben inteso, il termine tecnico non deve essere mal interpretato, come spesso avviene nel settore pubblico e privato, demandando al “tecnico” lavori di secondo piano, spesso di mera attuazione di una decisione più alta. Al contrario, vuol dire assicurare livelli di professionalità sempre più elevati, perché anzitutto su questo aspetto si fonda la credibilità, propria e dei risultati.





