Sicurezza e Giustizia

MISURE DA UNA FOTO: UN APPROCCIO TECNICO-STATISTICO PER FORMULARE STIME AFFIDABILI

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di Paolo Reale


Spesso nei casi giudiziari c’è la necessità di valutare delle misure relative alle dimensioni di oggetti o persone inquadrate, tuttavia a volte – per diversi motivi – non è possibile applicare i metodi di elaborazione delle immagini tramite software, oppure le immagini disponibili non sono state pensate per questi scopi, ma rimangono comunque le uniche testimonianze utili.


Se è vero che, grazie a tablet, smartphone, e alle reti dati fisse e mobili di nuova generazione, la società attuale è considerata “iperconnessa”, per ragioni analoghe è di fatto anche molto più “multimediale”. Del resto una telecamera o fotocamera, peraltro di buona (se non ottima) qualità, è di fatto sempre in tasca a disposizione per ogni situazione: dalla foto più frivola del piatto di portata del ristorante alla moda, alla video-documentazione di un fatto di cronaca rilevante in cui si rimane casualmente coinvolti. Per non parlare del fronte della videosorveglianza in cui si possono apprezzare significative evoluzioni: ormai l’indagine di molti crimini, specie nelle fasi iniziali, si appoggia sui riscontri che pervengono dalle immagini delle telecamere dislocate negli esercizi commerciali come nei luoghi pubblici, di qualità sempre migliore e (soprattutto) sempre più numerose.

Da questi elementi deriva poi il fatidico problema di rilevare le misure “reali” di qualcosa o qualcuno (un’altezza, una lunghezza, etc.), partendo dalla foto, o fotogramma, che purtroppo di dimensioni ne ha due, e a seconda della prospettiva o dell’inquadratura può riservare notevoli difficoltà. Esistono diversi approcci che possono consentire di realizzare comunque una stima della misura cercata, ognuno dipendente dalla particolare situazione in cui ci si trova. Uno di questi, tra i più tipici al fine di poter effettuare delle misurazioni ‘reali’ sulle fotografie laddove si hanno dei riferimenti architettonici come riferimento, è quello di effettuare opportune operazioni di trasformazione dell’immagine di tipo matematico (trasformazioni omografiche), denominate di “raddrizzamento fotografico”. Senza pretesa di esaustività sull’argomento, l’obiettivo della trasformazione è quello di eliminare ogni effetto prospettico consentendo di rilevare le informazioni metriche.

Nel caso di una telecamera di sorveglianza fissa, si può arrivare a ottimi risultati anche attraverso la ricostruzione nella realtà della situazione presente nel fotogramma: in altre parole si posizionano le persone o gli oggetti, di cui si cercano le dimensioni (p. es. un’autovettura), in modo identico a quello registrato nel fotogramma, e rivedendo la scena così ripresa dalla telecamera. Per quanto non sia utilizzata con frequenza, questa modalità ha il pregio di consentire una sorta di replicabilità dell’approccio senza introdurre errori nelle trasformazioni matematiche.
Fermo restando il fatto che, al di là degli approcci possibili, esistono numerose casistiche per le quali non è possibile pervenire ad alcun risultato, per diverse ragioni (p.es. l’immagine non presenta riferimenti utili di nessun tipo, non è nota l’ottica né la prospettiva di scatto, etc.), è utile valutare se si può arrivare quantomeno ad una valutazione (stima) di misura con un approccio statistico, sempre grazie alla presenza di qualche elemento di cui si ha nota a priori la dimensione.

A volte infatti, specie nelle fotografie scattate per esigenze di repertamento sulle scene del crimine, si può trovare un riferimento metrico, il classico “righello”, posizionato magari anche non in modo ottimale, ma comunque utile a rappresentare un elemento di confronto. La necessità dell’approccio statistico nasce per due esigenze: innanzitutto consentire di comprendere il livello di errore intrinseco nella misura effettuata, con cui necessariamente confrontarsi per ogni ipotesi di compatibilità; consentire la verifica, magari da più immagini, della stessa misura, tramite i test statistici che consentono di arrivare a comprendere la ‘compatibilità’ (sono statisticamente coerenti tra loro) nel confronto tra le diverse misure rilevate, oppure la loro ‘non compatibilità’ (le differenti misure si devono verosimilmente attribuire a due diverse dimensioni reali).

Per illustrare questo approccio si utilizzerà un esempio pratico, facendo prima una premessa metodologica sulla procedura da adottare.

 

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