FOCUSMarco Gemignani

L’Evidenzbureau Marine austro-ungarico contro il IV Reparto della Regia Marina durante la Grande Guerra

di Marco Gemignani

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Anche nel corso del Primo Conflitto Mondiale le attività svolte dai servizi segreti degli Stati belligeranti ebbero un certo impatto sull’andamento della guerra. Sovente le operazioni che essi portarono avanti sono rimaste confidenziali e note solo a un ristretto numero di persone per lungo tempo.

Infatti buona parte della bibliografia riguardante la Grande Guerra è dedicata allo svolgimento delle battaglie terrestri e navali e ad avvenimenti bellici degni di nota, lasciando sotto traccia quello che veniva svolto dagli agenti dei Paesi coinvolti nel conflitto sia a livello di spionaggio che di controspionaggio.

In questo breve saggio si desidera illustrare la lotta che vide protagonisti i membri del servizio segreto della Kaiserliche und Königliche Kriegsmarine asburgica e i loro antagonisti della Regia Marina italiana e che portarono a quello che fu conosciuto come il “Colpo di Zurigo” nel febbraio del 1917.

I vertici della Marina austriaca avevano cominciato a pensare di dotarsi di un’apposita organizzazione che si dedicasse allo spionaggio negli anni Sessanta del XIX secolo: nel 1862 avevano scelto un ufficiale al quale facevano capo le informazioni raccolte e nel 1864 gli avevano assegnato alcuni collaboratori; questo piccolo nucleo fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta divenne autonomo con il nome di copertura di Küstenbeschreibungsamt, ovvero “Ufficio per la descrizione delle coste”. Esso, come riportava la sua stessa denominazione, aveva l’incarico di tracciare le mappe dei litorali, dei porti, delle basi navali e delle opere difensive costiere degli altri Paesi completate dalla loro descrizione e di archiviarle per consentirne la consultazione in caso di necessità.

Per favorire la raccolta di simili informazioni era previsto un addestramento specifico per gli ufficiali della Marina austro-ungarica affinché imparassero le tecniche occorrenti per redigere tale documentazione. Nel corso del tempo fu così possibile acquisire una notevole mole di notizie riguardanti non soltanto i litorali e gli approdi del Mediterraneo, ma anche di altri continenti in seguito all’intensificarsi delle crociere eseguite dalle unità da guerra asburgiche in mari lontani.

Alla fine del XIX secolo le attività svolte dai servizi segreti dei vari Paesi erano aumentate notevolmente e così nel 1899 la Sezione Marina all’interno del Ministero della Guerra austro-ungarico avanzò la proposta di creare un ufficio informazioni autonomo per la Forza Armata. La richiesta venne accolta e nel 1900 nacque l’Evidenzbureau Marine che ebbe sede inizialmente a Vienna, ma che due anni dopo fu spostato a Pola, la principale base della flotta asburgica[1].

Il suo primo comandante fu il capitano di vascello Artur von Raimann e gli uffici vennero collocati al primo piano dell’edificio che ospitava il Meerestechnischer Ausschuss, cioè il “Comitato tecnico marino”. Esso aveva dei locali con una linea telefonica e una linea telegrafica autonome e da un ingresso laterale che non dava nell’occhio si poteva accedere ad una stanza separata dove avvenivano i colloqui con gli informatori; inoltre l’Evidenzbureau Marine poteva contare a Pola anche su un altro edificio “sicuro” e la presenza del suo personale nella città che ospitava la più importante base navale austro-ungarica fece sì che potessero essere presi i primi provvedimenti per impedire attività spionistiche in loco da parte di agenti di altre Potenze[2].

Tuttavia i fondi destinati a questo reparto erano molto esigui, addirittura inferiori a quelli assegnati al preesistente Evidenzbureau dello Stato Maggiore Generale e così i suoi membri, per ottenere informazioni, cominciarono a servirsi degli ufficiali della compagnia di navigazione Österreichischer Lloyd (Lloyd Austriaco) fondata nel 1836. Costoro erano professionalmente ben preparati e sovente animati da spirito patriottico per cui poterono fornire notizie molto accurate sui porti dove facevano scalo[3].

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L’Evidenzbureau Marine comunque, con il passare del tempo, cominciò a creare una rete di confidenti e, rafforzando la collaborazione con quello dello Stato Maggiore Generale, ottenne che i suoi informatori fossero retribuiti con le risorse finanziarie assegnate a quest’ultimo.

Nel 1909 come responsabile dell’Evidenzbureau Marine fu nominato il capitano di vascello Anton Sanchez de la Cerda che si impegnò per renderlo più efficiente e fece stilare delle norme precise per la raccolta dei dati, specialmente nei riguardi della Regia Marina. Infatti, nonostante che dal 20 maggio 1882 l’Italia si fosse legata all’Austria-Ungheria e alla Germania creando la Triplice Alleanza, le due vecchie nemiche continuavano a controllare l’una l’altra e ciò fu proseguito anche dal successore del comandante Sanchez de la Cerda, il capitano di vascello Peter Risbek von Gleichenheim (in seguito promosso contrammiraglio), che assunse la direzione dell’Evidenzbureau Marine nel 1913 e che lo avrebbe retto anche durante il periodo della Grande Guerra[4].

Anche se il 14 ottobre dello stesso anno fu ratificata da questi tre Stati una nuova Convenzione Navale (la prima era stata firmata a Berlino il 5 dicembre 1900) per la collaborazione delle loro Marine in Mediterraneo in caso di conflitto con altre Potenze, l’attività di spionaggio e di controspionaggio nei confronti dell’alleata d’oltralpe proseguì[5].

Ad esempio nell’autunno di quel medesimo 1913 gli italiani non ammisero l’addetto navale austro-ungarico a Roma, il principe Johannes von und zu Liechtenstein, a presenziare alle esercitazioni della Regia Marina, quando proprio gli inviti rivolti agli ufficiali delle Marine alleate erano considerati atti di reciproca fiducia. Von und zu Liechtenstein tuttavia cercò di assistere ugualmente a queste esercitazioni imbarcandosi su un piroscafo e, scoperto, le autorità italiane se ne risentirono parecchio e venne proposto il suo rimpatrio.

In quello stesso periodo la sede principale dell’Evidenzbureau Marine venne trasferita da Pola, località che aveva mostrato di non essere idonea per raccogliere notizie sulle altre flotte, a Trieste, dove si segnalò per la sua intraprendenza il capitano di vascello Rudolf Mayer, che aveva cominciato ad operare in questo reparto dal 1906.

Ovviamente anche i vertici della Regia Marina italiana già nella seconda metà del XIX secolo avevano compreso l’importanza di impedire l’acquisizione di notizie relative alle infrastrutture presenti all’interno delle basi navali nazionali e nel contempo di reperire ragguagli sulle altre flotte e i loro ancoraggi.

Così intorno al 1879 cominciarono ad essere costituiti i primi nuclei informativi che raccoglievano questo genere di notizie e presso gli arsenali e le piazze militari marittime più importanti vennero insediati i primi nuclei di carabinieri con l’incarico, fra gli altri, di salvaguardare le infrastrutture della Regia Marina da azioni di spionaggio e di sabotaggio[6].

Nel 1881 era stato redatto dalla Direzione Generale d’Artiglieria e Torpedini del Ministero della Marina e fatto circolare fra i vari Comandi della Forza Armata il “Pro-memoria per gli ufficiali in missione o in licenza all’Estero”[7]. Il suo contenuto era estremamente interessante in quanto nei dieci punti citati nelle “Avvertenze generali” erano riportate le direttive alle quali attenersi per reperire le informazioni necessarie avvalendosi di quelle che oggi sono considerate open sources, ovvero libri e riviste ufficiali, disegni da fare o da reperire e fotografie[8].

Nel 1884 venne creato ufficialmente un servizio informativo della Regia Marina con l’istituzione del I Ufficio di Stato Maggiore posto agli ordini del viceammiraglio Simone Pacoret de Saint Bon che rivestiva sia la carica di presidente del Consiglio Superiore di Marina che quella di capo di Stato Maggiore[9].

Il I Ufficio era costituito da due Reparti: Operazioni e Mobilitazione e Difesa, e da una Segreteria. Quest’ultima era suddivisa in più sezioni e una di esse, oltre a interessarsi di statistica e della redazione del noto periodico “Rivista Marittima” e di altre pubblicazioni di natura tecnica, si occupava di raccogliere informazioni[10].

Tale attività sul territorio italiano si svolgeva avvalendosi delle capitanerie di porto, delle basi navali, degli arsenali e delle piazze militari marittime, mentre all’estero essa si appoggiava alle reti di informatori rappresentate dagli addetti navali che operavano nelle principali ambasciate, da ufficiali mandati fuori dei confini nazionali sotto copertura e da volontari che, andando all’estero per motivi di lavoro, di studio oppure per altri interessi oltre alla propria attività effettuavano per conto della Regia Marina l’acquisizione di notizie. È opportuno precisare che nei primi anni questi informatori non vennero utilizzati attenendosi a piani prestabiliti o seguendo procedimenti organici, ma le modalità per procurarsi le notizie erano lasciate alle capacità personali dei singoli e all’improvvisazione[11].

Nel 1889 il personale che si occupava di raccogliere le informazioni costituì un Ufficio separato alle dirette dipendenze del II Reparto dello Stato Maggiore, che ebbe così il compito esclusivo di cercare notizie riguardanti le flotte e le difese marittime di altri Paesi e di valorizzarle.

Nel 1906 l’Ufficio Informazioni venne ricostituito come I Reparto dell’Ufficio di Stato Maggiore e posto agli ordini di un capitano di vascello.

Nel 1907 la sua denominazione fu cambiata in quella di IV Reparto e venne strutturato su un Ufficio del Capo Reparto, su una Segreteria e su cinque Sezioni mantenendo tale organizzazione senza grosse modifiche anche dopo la fine del Primo Conflitto Mondiale[12].

All’Ufficio del Capo Reparto spettava la direzione generale dell’ente, gestiva i fondi segreti della Forza Armata, doveva mantenere i collegamenti con gli addetti navali della Regia Marina all’estero e con quelli stranieri in Italia, era responsabile della corrispondenza con le autorità estranee all’Ufficio del Capo di Stato Maggiore della Marina, si relazionava con l’Ufficio Informazioni dell’Esercito, con la Direzione Generale della Pubblica Sicurezza e con il Ministero degli Affari Esteri e infine doveva interessarsi della disciplina del personale.

La Segreteria si occupava della biblioteca e dell’archivio, redigeva le pratiche riservate, gestiva la corrispondenza, stampava i bollettini e i promemoria, era responsabile della sala disegni e del gabinetto fotografico che si occupava sia delle foto che delle riprese cinematografiche alle dirette dipendenze del Capo Reparto.

La I Sezione raccoglieva le notizie e curava la stesura di monografie riguardanti le Marine austro-ungarica, cinese, danese, finlandese, nipponica, norvegese, russa, tedesca e svedese; la II Sezione svolgeva le medesime attività relative alle Marine belga, britannica, francese, olandese, portoghese e statunitense; la III Sezione si occupava delle Marine bulgara, greca, montenegrina, ottomana, rumena e dei Paesi dell’America Latina; la IV Sezione era impegnata nella pubblicazione di riviste tecniche, negli studi tecnici, nelle costruzioni navali e nel reperimento e aggiornamento delle carte nautiche; la V Sezione si interessava dell’attività di polizia militare nelle piazze militari marittime, del reperimento di notizie nelle aree di competenza, della corrispondenza con gli informatori e loro amministrazione, della conservazione dell’archivio delle informazioni segrete e dei cifrari riservati[13].

Come è noto, in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono dell’Austria-Ungheria, e di sua moglie Sofia Chotek von Chotkowa und Wognina avvenuto a Sarajevo il 28 giugno 1914 da parte dello studente bosniaco Gavrilo Princip, si innescò quella che sarebbe stata chiamata la Grande Guerra.

Al fianco della Serbia nei giorni successivi si schierarono il Montenegro, la Russia, il Belgio, la Gran Bretagna, la Francia e il Giappone, mentre con l’Austria-Ungheria scese in guerra la Germania; il governo italiano, ritenendo che non si fosse verificato il casus foederis, da parte sua il 3 agosto proclamò legittimamente la propria neutralità e in seguito, ritenendo che la partecipazione al conflitto avrebbe potuto permettere il completamento dell’unità nazionale, iniziò delle trattative segrete con entrambi gli schieramenti per sondare i compensi territoriali che l’Italia avrebbe potuto ottenere[14].

Alla fine prevalsero le offerte degli Stati dell’Intesa, tanto più che la quasi totalità delle zone richieste appartenevano all’Austria-Ungheria e così il 26 aprile 1915 nella capitale britannica fu sottoscritto quello che sarebbe stato chiamato il Patto di Londra con il quale l’Italia si impegnava a entrare nel conflitto a fianco dell’Intesa entro un mese[15].

Pertanto nel pomeriggio del 23 maggio l’ambasciatore a Vienna Giuseppe Avarna, duca di Gualtieri, consegnò al ministro degli Affari Esteri austro-ungarico Stephan Burián la dichiarazione di guerra e lo informò che le ostilità sarebbero iniziate dal giorno successivo.

Con l’ingresso in guerra dell’Italia l’Evidenzbureau Marine decise di trasferire il reparto che si occupava della Regia Marina italiana, che come prima ricordato operava da Trieste, nella neutrale Confederazione Elvetica, da dove sarebbe stato più facile infiltrare propri agenti nel territorio della nuova avversaria.[16]

In Svizzera all’epoca operavano parecchie spie dei due schieramenti in guerra e le autorità elvetiche, pur impegnandosi per far rispettare formalmente la neutralità del loro Stato, non erano in grado di impedire che i servizi segreti delle Potenze coinvolte nel conflitto vi svolgessero la loro attività[17].

Questo avveniva pure perché solitamente gli agenti più importanti rivestivano cariche diplomatiche, come il responsabile locale dell’Evidenzbureau, il colonnello Ernst Hermann William von Einem, che aveva l’incarico di addetto militare austro-ungarico a Berna, e il capitano di vascello Rudolf Mayer, che operava contro la Regia Marina, il quale come copertura usava quella di viceconsole a Zurigo.

Il comandante Mayer da subito si impegnò per entrare in contatto con gli italiani che risiedevano in quest’ultima città elvetica per cercare di ottenere informazioni di carattere militare, politico, economico e sociale riguardanti la nuova avversaria. Gran parte di essi si erano anarchici, socialisti estremisti ed ex detenuti, che avevano lasciato l’Italia specialmente per evitare di essere arruolati e da alcuni di essi l’ufficiale austro-ungarico riuscì ad ottenere, oltre a parecchie notizie, l’impegno ad agire contro lo sforzo bellico italiano. L’Evidenzbureau desiderava colpire le centrali idroelettriche, le fabbriche di munizioni, i depositi di esplosivi, le navi da guerra, quelle mercantili e i treni utilizzando nuove armi specificatamente studiate in base al tipo di sabotaggio da svolgere.

Fra le prime operazioni attribuite alle spie austro-ungariche vi fu l’affondamento della nave da battaglia Benedetto Brin mentre era ormeggiata all’interno della base di Brindisi il 27 settembre 1915. Alle 08.00 di quel giorno improvvisamente esplose il suo deposito di munizioni di poppa che scagliò in aria la soprastante torre di grosso calibro e fece crollare il vicino fumaiolo e l’albero, causando la perdita della nave e la morte di quattrocentocinquantasei uomini, compresi il capitano di vascello Gino Fara Forni comandante della nave e il contrammiraglio Ernesto Rubin De Cervin responsabile della divisione[18].

In seguito l’8 dicembre 1915, il 19 gennaio, la notte fra il 18 e il 19 e la notte fra il 25 e il 26 febbraio 1916 vi furono incendi all’interno della zona portuale di Genova e nello stesso periodo, la sera dell’8 febbraio, alte fiamme si levarono nel reparto del binitrotoluene e del tritolo del dinamitificio di Cengio, in provincia di Savona, che era stato rilevato nel 1906 dalla SIPE (sigla che identificava la Società Italiana Prodotti Esplodenti). Solo grazie all’eroico intervento del tenente di artiglieria Leonardo Corradi, che perse la vita in quell’occasione, fu possibile spegnere l’incendio. Egli riuscì a tagliare con una scure i tubi di piombo che alimentavano le apparecchiature presenti nel reparto, evitando in questo modo l’esplosione dell’intero stabilimento, dove all’epoca lavoravano ben ottomila operai.

Le spie e i sabotatori al soldo dell’Austria-Ungheria agirono anche contro centrali idroelettriche, un’aviorimessa della Regia Marina a Jesi vicino ad Ancona, i magazzini viveri nel porto di Napoli e tentarono, fallendo, di minare una fabbrica d’armi a Terni. Riuscirono invece a far esplodere il 3 luglio 1916 tre vagoni ferroviari carichi di munizioni al cosiddetto Molo Pirelli a Pagliari nella periferia orientale della Spezia provocando la morte di duecentosessantacinque persone fra civili e militari [19].

Inoltre il 2 agosto successivo gli agenti che operavano per Mayer affondarono una seconda unità da guerra, la moderna corazzata monocalibro Leonardo da Vinci a Taranto causando il decesso di duecentoquarantanove uomini del suo equipaggio, fra i quali il comandante, il capitano di vascello Galeazzo Sommi Picenardi[20].

Il IV Reparto della Regia Marina, in collaborazione specialmente con l’Arma dei Reali Carabinieri, cominciò a indagare su questi eventi e in tale genere di attività si segnalò il capitano di corvetta Pompeo Aloisi[21].

Quest’ultimo, nato a Roma il 6 novembre 1875, non ancora tredicenne entrò nella Regia Accademia Navale di Livorno per uscirne nel luglio del 1893 con il grado di guardiamarina del Corpo dello Stato Maggiore Generale[22]. Dopo una lunga serie di imbarchi su vari tipi di unità militari, egli cominciò a valutare la possibilità di entrare in diplomazia e, ottenuto di essere posto in aspettativa dal 1° aprile 1902, vinse il concorso per divenire un funzionario del Ministero degli Affari Esteri. La sua prima destinazione fu l’Ambasciata d’Italia a Parigi in qualità di addetto di legazione e nel dicembre del 1904, in considerazione della sua esperienza maturata come ufficiale della Regia Marina, gli venne assegnata la mansione di addetto navale. Nel 1914 fu promosso consigliere di legazione e, in vista dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, venne richiamato in servizio attivo dal 14 maggio 1915 e destinato fino all’inizio dell’agosto successivo a Livorno presso la Regia Accademia Navale.

Dal 9 di quel mese fino al 2 marzo 1916 agì come capo sezione presso il Comando in Capo del Dipartimento Militare Marittimo di Venezia e poi venne trasferito al IV Reparto e, come prima riportato, cominciò a investigare su alcuni “incidenti” accaduti in quei mesi nel nostro Paese e che si riteneva potessero essere opera di sabotatori avversari[23].

Nel corso delle indagini che Aloisi e i suoi collaboratori svolsero risultò che il controllo degli agenti austro-ungarici che operavano in Italia sia per raccogliere informazioni che per effettuare attentati era svolto da personale del Consolato Generale asburgico di Zurigo[24].

L’ufficiale fu pertanto inviato in Svizzera con la carica di primo consigliere della Regia Legazione di Berna e con il falso nome di dottor Marino, in modo da non infrangere la legislazione elvetica la quale non accettava che le organizzazioni spionistiche agissero nel territorio della Confederazione.

Le approfondite indagini condotte da Aloisi e dai suoi collaboratori accertarono che per smantellare l’organizzazione spionistica avversaria che operava in Italia era necessario impadronirsi dei documenti custoditi nella cassaforte che si trovava all’interno di una sede distaccata del Consolato Generale austro-ungarico di Zurigo, posta al primo piano di un elegante edificio situato fra la Seidengasse e la Bahnhofstrasse. Aloisi informò del suo progetto il capitano di vascello Ugo Conz, capo del IV Reparto, che lo approvò e lo stesso fece il capo di Stato Maggiore della Marina, il viceammiraglio Camillo Corsi (che fino al 16 giugno 1917 avrebbe retto anche la carica di ministro della Forza Armata).

Venne così costituito un gruppo apposito per forzare la cassaforte, del quale faceva parte Natale Papini di Livorno, ritenuto uno dei migliori scassinatori italiani.

Un primo infruttuoso tentativo venne effettuato la sera del 20 febbraio 1917, che fu ripetuto cinque giorni dopo. Questa volta Papini riuscì ad aprire il forziere e tutti i documenti, il denaro e gli oggetti che vi erano custoditi furono prelevati e messi in alcune valigie. Dopo aver lasciato i locali della sede distaccata del Consolato Generale asburgico, alcuni operatori telefonarono ad Aloisi, che era rimasto nella Legazione nella capitale elvetica, per informarlo del buon esito dell’operazione e, per non far nascere sospetti se qualcuno stesse spiando la conversazione, impiegarono la frase convenzionale “l’ammalato ha superato la crisi, possiamo trasportarlo col primo treno a Berna”, annuncio al quale Aloisi rispose di fare al medico le più vive felicitazioni[25].

Il capitano di corvetta Aloisi personalmente portò buona parte dei documenti a Roma e nei giorni successivi anche gli altri vennero inviati nella capitale italiana per essere accuratamente vagliati. Grazie ad essi, fra l’altro, fu possibile risalire all’identità dei partecipanti a buona parte dei sabotaggi che si erano verificati in Italia che vennero in gran parte arrestati e di scoprire i nomi di ulteriori agenti austro-ungarici che operavano nel nostro Paese, in Francia e in Gran Bretagna e in più furono recuperati i piani per minare le navi da battaglia Conte di Cavour e Giulio Cesare, entrambe gemelle della sfortunata Leonardo da Vinci, e per compiere attentati al Parlamento e alla sede centrale della Banca d’Italia, sabotaggi che non vennero più eseguiti[26].

Questa vicenda ebbe un sequel dopo il termine della Grande Guerra, allorché l’11 dicembre 1922 un paio di rappresentanti del governo italiano a Vienna, negli uffici del signor Franz Schneider, riconsegnarono a Rudolf Mayer, divenuto nel frattempo cittadino cecoslovacco, tutti gli oggetti di sua proprietà e che non avevano rilevanza militare prelevati la notte fra il 25 e il 26 febbraio 1917 durante quello che passò alla storia come il “Colpo di Zurigo”[27].

[1] Albert Pethö, I servizi segreti dell’Austria-Ungheria, trad. it. a cura di Costanza Fabrissin, Gorizia, LEG, 2001, pp. 116-117.

[2] Ivi, p. 118.

[3] Per maggiori informazioni su questa compagnia vedi Paolo Valenti, Dal Lloyd Austriaco a Italia Marittima. Navi e servizi dal 1836 a oggi, Trieste, Luglio, 2016.

[4] Anton Eugen Sokol, Seemacht Österreich. Die Kaiserliche und Königliche Kriegsmarine 1382-1918, Wien-München-Zürich, Molden, 1972, p. 203.

[5] Mariano Gabriele, Le convenzioni navali della Triplice, Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, 1969, pp. 256-284, 393-398.

[6] Ambrogio Viviani, Servizi segreti italiani 1815/1885, vol. I, Roma, Adnkronos, 1985, p. 110.

[7] Una copia del documento è conservata in Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare (d’ora in poi AUSMM), Raccolta di base, busta 114.

[8] Ad esempio nel punto 3 era riportato che “nel visitare stabilimenti e navi estere, notare sempre per quanto si può, il modo con cui procede il servizio, la disciplina e l’istruzione pratica del personale con il personale con il quale si viene in contatto; lo spirito del quale lo stesso sembra animato, l’opinione delle autorità militari sugli ordinamenti in vigore e sul materiale da guerra tenendo in mente che questi sono fattori principalissimi della forza militare di un paese”.

Nel punto 9 era specificato che “in massima le informazioni raccolte poco alla volta profittando di circostanze diverse e senza dar troppo nell’occhio, riescono spesso migliori e più complete che non quelle avute in visite ufficiali o ufficiose, nelle quali gli interessati tentano di esagerare ciò che torna a loro vantaggio dissimulando gli inconvenienti e nascondendo le parti riservate”.

Nell’ultimo punto, il 10, era rimarcato che “molte fra le migliori informazioni sopra dettagli e risultati nelle istituzioni e del materiale nella loro pratica applicazione si ottengono dai discorsi e discussioni con militari non altolocati e fuori dal carattere ufficiale. Non sono da trascurare nemmeno i dati che possono fornire persone non militari (specialmente se connazionali stabiliti da lungo tempo nei luoghi) o risultare da polemiche e da indiscrezioni di periodici locali”, vedi ivi.

[9] Ivi, Biografie ufficiali, busta P 1, fascicolo 4: “Ufficio Storico della Regia Marina. Stato di servizio del Vice Ammiraglio Pacoret de Saint Bon Simone”.

[10] Salvatore Orlando, Il Servizio Informazioni della Marina Militare. Organizzazione e compiti (1884-1947), in “Società Italiana di Storia Militare. Quaderno”, VII (1999), p. 183.

[11] Ambrogio Viviani, Servizi segreti italiani 1815/1885, vol. I, cit., p. 127.

[12] Maria Gabriella Pasqualini, Breve storia dell’organizzazione dei Servizi d’Informazione della R. Marina e R. Aeronautica 1919-1945, Roma, Ministero della Difesa-Commissione Italiana di Storia Militare, 2013, pp. 32-34.

[13] Salvatore Orlando, Il Servizio Informazioni della Marina Militare. Organizzazione e compiti (1884-1947), cit., pp. 184-185.

[14] Successivamente con i Paesi dell’Intesa e i loro alleati sarebbero entrati nel conflitto il Portogallo, la Romania, gli Stati Uniti d’America, la Grecia, il Siam e il Brasile; inoltre ad essi si unirono, sia pure senza essere coinvolti bellicamente, Cuba, Panama, la Liberia, la Cina, il Guatemala, il Nicaragua, il Costarica, l’Honduras, Haiti e l’Andorra, mentre il Lussemburgo fu occupato incruentamente dai tedeschi nei primi giorni del conflitto senza formale dichiarazione di guerra. Invece insieme all’Austria-Ungheria e alla Germania avrebbero combattuto l’Impero Ottomano e la Bulgaria.

[15] AUSMM, Raccolta di base, busta 356, fascicolo 1: “Patto di Londra 26 aprile 915”. Questo trattato fu firmato in segretezza per volontà del re Vittorio Emanuele III e del governo, senza che il Parlamento italiano, allora a maggioranza neutralista, ne fosse messo al corrente.

[16] Albert Pethö, I servizi segreti dell’Austria-Ungheria, cit., p. 106.

[17] Phillip Knightley, Nel mondo dei condor. La storia occulta dei servizi segreti da Mata Hari ai satelliti spia, trad. it. a cura di Roberta Rambelli, Milano, Mondadori, 1988, p. 35.

[18] Giorgio Giorgerini-Augusto Nani, Le navi di linea italiane 1861-1969, Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, 1969, pp. 237-238; Alberto Santoni, Storia e politica navale dell’età contemporanea, Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, 1993, p. 109; AUSMM, Raccolta di base, busta 1733, fascicolo 1: “Ufficio Storico della R. Marina. Elenco degli ufficiali della Regia Marina morti durante la Guerra 1915-1918”.

[19] Ivi, busta 507, fascicolo 3: lettera del sottoprefetto della Spezia alla Commissione d’Inchiesta sul sinistro della Leonardo da Vinci redatta alla Spezia nel dicembre del 1916, con n. di prot. 3287 e avente oggetto “Scoppio di esplosivi ai Pagliari”.

[20] Giorgio Giorgerini-Augusto Nani, Le navi di linea italiane 1861-1969, cit., p. 276; Alberto Santoni, Storia e politica navale dell’età contemporanea, cit., p. 109; AUSMM, Raccolta di base, busta 1733, fascicolo 1: “Ufficio Storico della R. Marina. Elenco degli ufficiali della Regia Marina morti durante la Guerra 1915-1918”.

Terminata la Prima Guerra Mondiale la Regia Marina riuscì a riportare a galla a chiglia in alto la Leonardo da Vinci e il 17 novembre 1919 fu immessa in bacino; il 23 gennaio 1921 venne raddrizzata mediante allagamento eccentrico ma poi fu scartata l’ipotesi di ripararla e pertanto venne smantellata, vedi Antonio Severi, La fine della corazzata Leonardo da Vinci, in “Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare”, IV (1990), 1, pp. 9-69.

[21] Per un approfondimento sull’attività svolta in questo ambito dai carabinieri vedi Alessandro Massignani, I Reali Carabinieri e il controspionaggio nella Grande Guerra, in “Rassegna dell’Arma dei Carabinieri”, LXV (2017), 4, pp. 145-163.

Le indagini condotte dal IV Reparto portarono anche alla scoperta delle somme che l’Evidenzbureau Marine era disposto a pagare per l’affondamento delle navi italiane: 500.000 franchi per le moderne corazzate monocalibro, 250.000 franchi per le più vecchie navi da battaglia di tipo predreadnought, 200.000 franchi per gli incrociatori corazzati e si sospettava che fossero previsti premi per navi ancora maggiormente antiquate o più piccole, vedi AUSMM, Raccolta di base, busta 619, fascicolo 1: lettera del viceammiraglio Paolo Thaon di Revel al Comando della Divisione Navale Alto Adriatico, al Comando della Flottiglia Sommergibili, al Comando della Flottiglia Torpediniere, al Comando della Regia Scuola Meccanici e al Comando della Squadriglia Cacciatorpediniere Carabiniere redatta a Venezia il 16 novembre 1916 con n. di prot. 10956 R e avente oggetto “Informazione”.

[22] Regia Accademia Navale. Livorno. Memoriale. Anno scolastico 1892-93, Livorno, Giusti, 1893, pp. 34, 67.

[23] AUSMM, Biografie ufficiali, busta A 1, fascicolo 25: “Aloisi Pompeo figlio di Paolo e di Irene Belloy nato il 6 novembre 1873 a Roma provincia di Roma”; Mario Toscano, Aloisi, Pompeo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. II, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1960, pp. 518-520; Marco Gemignani, Pompeo Aloisi, ufficiale della Regia Marina e primo presidente dell’Istituzione dei Cavalieri di Santo Stefano, in “Quaderni Stefaniani”, XXXIX (2020), pp. 47-64.

[24] Un esempio di tale attività è costituito dalla relazione che Aloisi redasse il 18 agosto 1916 con oggetto “Servizio austro-ungarico informazioni Marina” nella quale era riportato che il Consolato Generale austro-ungarico di Zurigo aveva al suo servizio un tale Giannone originario di Fiume che aveva il compito di assoldare delle spie per mandarle in Italia, in diversi luoghi, a presenziare il movimento delle truppe e dei bastimenti da guerra, vedi AUSMM, Raccolta di base, busta 588, fascicolo 1: allegato al foglio di trasmissione del Ministero della Marina-Ufficio del Capo di Stato Maggiore-Reparto IV al viceammiraglio Luigi Amedeo di Savoia redatto a Roma il 23 agosto 1916, con n. di prot. 1069 RRP.

[25] Nino Sales, Il colpo di Zurigo, Trieste, Borsatti, 1951, p. 165.

[26] L’operazione condotta da Aloisi e dai suoi uomini è stata divulgata con un film prodotto nel 1951 del regista Lionello De Felice intitolato “Senza bandiera”, nel quale fra i protagonisti principali figuravano Carlo Ninchi, Paolo Stoppa e Massimo Serato, e nel 1981 con una miniserie televisiva in tre puntate della RAI diretta da Davide Montemurri dal titolo “Accadde a Zurigo” con Gianni Garko, Carlo Hinterman e Francesca Topi.

Per ulteriori dettagli sulle indagini contro i sabotatori al soldo degli austro-ungarici e su quanto avvenne in Svizzera vedi Marco Gemignani, Zurigo 1916: un colpo risolutivo. Il Servizio Segreto della Regia Marina in azione, in “Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare”, III (1989), 3, pp. 153-170.

[27] AUSMM, Raccolta di base, busta 619, fascicolo 1: copia della dichiarazione rilasciata da Franz Schneider e da Rudolf Mayer a Vienna l’11 dicembre 1922.

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