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Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, di necessità virtù

di Giovanni Nazzaro

Qualcuno ha paragonato la crescita economica che in Italia deriverà dai fondi stanziati dall’Unione Europea, a favore dei paesi colpiti dalla crisi pandemica, a quello che seguì il periodo post bellico più vicino temporalmente, cioè quello della seconda guerra mondiale. A parte il numero degli italiani morti che rappresenta l’unico aspetto fortemente evocativo che può accumunare i due momenti storici, per il resto quello indicato come “miracolo economico italiano” fu caratterizzato, è vero, da forte crescita economica e sviluppo tecnologico, ma soprattutto dalla riunificazione di un paese diviso, che doveva superare la frammentazione dei poteri dello Stato e le conseguenze della guerra civile interna. Uno stravolgimento sociale dal quale nacque la nostra Repubblica e fu emanata la nostra Costituzione, quindi un rinnovamento totale dovuto anche alla competenza e moralità delle diverse rappresentanze politiche.

In quest’era moderna post Covid dovremo accontentarci solo della prospettiva di una probabile ripresa economica, e non anche di quella politica, indicata come Next Generation EU (NGEU) ovvero un programma che prevede investimenti e riforme su 3 macro aree: accelerazione della transizione ecologica e digitale; miglioramento della formazione delle lavoratrici e dei lavoratori; maggiore equità di genere, territoriale e generazionale. L’Italia è la prima beneficiaria di questo intervento, ma anche la seconda in Europa dopo UK per numero di morti causati dal Covid-19: il Dispositivo per la Ripresa e Resilienza (RRF) ci garantirà risorse per 191,5 miliardi di euro da impiegare nel periodo 2021- 2026, delle quali 68,9 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto.

Per usare i soldi del RRF è richiesta a tutti gli Stati membri la presentazione di un pacchetto di investimenti e riforme, chiamato Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Nel caso italiano il Piano abbraccia 4 contesti (pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione della legislazione, promozione della concorrenza) e si articola in 6 Missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute. Oltre a questo, occorrerà indicare quali componenti del Piano contribuiscono ai sette programmi di punta europei c.d. “Flagship programs”: 1) Power up; 2) Renovate; 3) Recharge and refuel; 4) Connect; 5) Modernise; 6) Scale-up; 7) Reskill and upskill.

Il Covid-19 ha colpito la nostra economia più pesantemente di altri Paesi europei, perché era, e continua ad essere, più debole. Guardando al ventennio precedente, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9%, mentre in Germania è stato del 30,2%, in Francia del 32,4% e in Spagna del 43,6%. I problemi non sono pochi. Abbiamo tempi eccessivi nella giustizia civile, con in media 500 giorni per concludere un procedimento in primo grado; abbiamo barriere fisiche e mentali per l’accesso al mercato in diversi settori; abbiamo poche professioni regolamentate o comunque non sono tutte; abbiamo pochi investimenti pubblici e privati che rallentano il processo di modernizzazione della pubblica amministrazione, delle infrastrutture e delle filiere produttive; abbiamo un’ottima ossatura fatta in prevalenza di piccole e medie imprese ma che nella maggior parte dei casi non realizzano la transizione al digitale, perché non ne comprendono le opportunità. Come sempre è una questione culturale e di competenza.

Il Piano cerca di riaffermare il concetto di pubblica amministrazione come “alleata” di cittadini e imprese, intervenendo per riqualificarla nella formazione, anche per mezzo della riforma della Giustizia che riveste da sempre un ruolo centrale anche nell’attrazione di investimenti stranieri. È previsto un nuovo supporto ai giudici nell’evasione delle pratiche procedurali pendenti per il contenimento e la riduzione delle cause pendenti, a partire da quelle in arretrato.

Nel complesso, leggendo le riforme declinate nei contesti e nelle Missioni del PNRR, è inevitabile rilevare che si tratta di interventi che dovevano essere realizzati, in realtà, già nel ventennio precedente e ci si chiede se mai sarà sufficiente immettere semplicemente più fondi rispetto al passato piuttosto che cambiare modalità e capacità di gestirli. Le tabelle con la ripartizione dei fondi e le attività da effettuare sembrano essere una rappresentazione grafica di una spesa forzata, che deve comunque avvenire, mentre non viene fatto alcun cenno, per non dire che sono state dimenticate, altre attività innescate dalle prime che potrebbero efficientare il sistema e senza spese, come ad esempio la riforma delle intercettazioni che sono alla base delle indagini di giustizia e che si è incagliata tra contese politiche e commissioni poco competenti. A dire il vero nel Piano sono mancanti proprio tutte quelle attività attese da moltissimo tempo, ma che sono state oggetto di scontro politico, relegando il Piano stesso a strumento di pace politica ottenuta dalle consultazioni con gli attori istituzionali, economici e sociali affidata nella primavera del 2020 al comitato degli “esperti”.

La UE darà all’Italia non pochi euro e vogliamo comunque vederla come opportunità, ma per raggiungere gli obiettivi non è certo sufficiente delineare in maniera analitica le attività e le modalità con cui spenderemo questi soldi. Occorrerebbe invece dare una svolta alla guida delle amministrazioni centrali e territoriali, ai singoli uffici, dovremmo cercare e trovare maggiore italianità nelle aziende fornitrici, occorrerebbe cambiare anche il modo di fare politica di governo affinché non sia incentrata alla propaganda elettorale o personale, dare vita realmente ad un nuovo miracolo economico con riforme strutturali ed una nuova impostazione socio-culturale, dovremmo fare insomma di necessità “finalmente” virtù.

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