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Essere nella UE e violare i valori su cui si fonda

di Giovanni Nazzaro

“L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.” Così recita l’articolo 2 del Trattato dell’Unione Europea e non è mai accaduto che i valori su cui si fonda fossero messi gravemente a rischio da un Paese membro. Questo fino ad oggi.

Il 12 settembre 2018 il Parlamento Europeo aveva chiesto a larga maggioranza agli Stati membri di determinare, ai sensi dell’articolo 7 del Trattato, che prevede la possibilità di sospendere i diritti di adesione all’Unione europea, se l’Ungheria rischiasse di violare i valori su cui si fonda. L’Eurocamera ha sollevato una serie di preoccupazioni riguardo al funzionamento delle istituzioni del paese fra cui problemi con il sistema elettorale, l’indipendenza della magistratura e il rispetto dei diritti e delle libertà dei cittadini. Questa è stata la prima volta che il Parlamento ha invitato il Consiglio dell’UE ad agire contro uno Stato membro per prevenire una minaccia sistemica ai valori fondanti sanciti dall’articolo 2. Il Parlamento ha approvato un’analoga proposta della Commissione anche nei confronti della Polonia, sui cui però non è stato accertato il deterioramento della situazione come in Ungheria.
Il 17 aprile 2020 Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sull’azione coordinata dell’UE per lottare contro la pandemia di COVID-19 e le sue conseguenze, nella quale ha dichiarato che le decisioni dell’Ungheria di prolungare lo stato di emergenza a tempo indeterminato, di autorizzare il governo a governare per decreto e di indebolire il controllo del Parlamento sono “totalmente incompatibili con i valori europei”.

Il 5 maggio 2020 il parlamento ungherese ha adottato una risoluzione con la quale veniva respinta la ratifica della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul). Questa posizione è del tutto in linea con la testimonianza contenuta nella relazione finale del 29 luglio 2022 della missione internazionale di osservazione elettorale dell’OSCE, in cui si sottolinea che, durante le elezioni parlamentari tenute il 3 aprile per il rinnovo dell’Assemblea nazionale, meno del 20% di tutti i candidati erano donne e che la percentuale di donne nel parlamento ungherese eletto nel 2022 era del 14%.
L’8 luglio 2021 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione con cui ha condannato “con la massima fermezza” la nuova legislazione ungherese anti-LGBTIQ e ha denunciato lo smantellamento della democrazia e dello stato di diritto in Ungheria. La legge ungherese è stata descritta dai Deputati europei come simile alla “legge sulla propaganda LGBT” del 2013 in Russia e come una nuova e chiara violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE, dai Trattati e dalla legislazione dell’UE sul mercato interno.
Il 1° ottobre 2021 una delegazione della commissione per le libertà civili ha concluso una visita in Ungheria durante la quale ha incontrato il governo, l’opposizione, i giornalisti e le ONG. L’ obiettivo del viaggio era valutare il rispetto della libertà di stampa e accademica, l’indipendenza della magistratura, i diritti delle minoranze e il più ampio contesto dello stato di diritto sul campo.

Lo scorso 15 settembre 2022 il Parlamento europeo ha approvato il testo di un nuovo documento in cui si afferma che i valori sanciti dall’articolo 2, tra cui la democrazia e i diritti fondamentali, si sono ulteriormente deteriorati grazie ai “tentativi deliberati e sistematici del governo ungherese”. Il documento ammette una situazione aggravata dall’inazione dell’UE, considerando appunto che sono trascorsi ben 4 anni descrivendo evidenti e chiare violazioni dei diritti fondamentali in altrettante risoluzioni, quasi una ogni anno, ma senza alcuna vera azione. Quattro anni dopo la relazione che ha dato il via al processo dell’articolo 7, diverse aree politiche riguardanti la democrazia e i diritti fondamentali in Ungheria continuano a destare preoccupazione: il funzionamento del sistema costituzionale ed elettorale, l’indipendenza della magistratura, la corruzione e i conflitti di interesse e la libertà di espressione, compreso il pluralismo dei media.

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Il Parlamento ha deplorato l’incapacità del Consiglio di compiere progressi significativi per contrastare l’arretramento democratico e ha sottolineato come l’articolo 7 non richieda l’unanimità degli Stati membri per identificare un chiaro rischio di grave violazione dei valori UE né per formulare raccomandazioni e scadenze precise. I Deputati hanno esortato la Commissione a utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione, in particolare il Regolamento sulla condizionalità di bilancio che evita che le violazioni dei principi dello Stato di diritto incidano o rischino di ledere gli interessi finanziari dell’UE. Il regime di condizionalità consentirebbe all’UE di adottare misure come la sospensione dei pagamenti, le rettifiche finanziarie oppure di bocciare il PNRR ungherese.

L’inattività dell’UE è stata favorevole anche alle ultime azioni dell’Ungheria, ancora più evidenti dopo il “no” al tetto al prezzo del gas, e alle altre misure di emergenza, dichiarato nel corso della riunione straordinaria dei ministri dell’Energia dell’Ue. Il 31 agosto 2022 il portavoce di Orban, Zoltan Kovacs, ha annunciato su Twitter la stipula di un contratto con la russa Gazprom per ricevere circa 5,8 milioni di m3 di gas naturale in più al giorno. Lo stesso gas a cui hanno rinunciato gli altri paesi UE.

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